Sono ripartiti gli esperimenti di LHC al CERN.
giovedì 4 giugno 2015
venerdì 29 maggio 2015
Manuale di conversazione (stralci)
Stralcio da Manuale di conversazione, capitolo 10
(L'opera completa sarà scaricabile da questo blog dopo l'estate)
In questo capitolo la protagonista Irene Cardin racconta del suo primo grande amore analitico.
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(L'opera completa sarà scaricabile da questo blog dopo l'estate)
In questo capitolo la protagonista Irene Cardin racconta del suo primo grande amore analitico.
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Arrivò un’altra estate, un altro mare, e poi un altro anno scolastico. Per Francesco sarebbe stato l’ultimo, per me il terzo; fu l’anno in cui il professor Ganz, che a proposito di Francesco aveva una stima enorme, come tutti, pur insegnando in un’altra sezione, lasciò il liceo. La consapevolezza che in pochi mesi avrei dovuto combinare quello che non avevo fatto nei due anni precedenti mi riempì di confusione. Mutevole è il cuore umano a sedici anni: adesso da un lato sentivo che l’innamoramento si stava illanguidendo, e che forse Lui non era l’unico uomo sulla terra, anche considerata la sua predilezione a circondarsi di ragazze sciocchine, e dall’altro lato avevo però trovato nuovi paradigmi culturali per affrontare con Francesco un dialogo completo, una Vera Conversazione, che mi avrebbe permesso di sbaragliare l’indegna concorrenza e dare finalmente sfogo ai bisogni dei miei ormoni. I nuovi paradigmi culturali erano lo stilnovo e l’amor cortese, il che significa che forse non avrei dato davvero sfogo materiale alle mie impellenze, ma almeno lo avrei raccontato bene. E così mi immaginavo a dialogare, stesa nel letto nel cuore della notte, chiusa nella camera che s’alimentava del mio fiato silenzioso, con una sorta di spirito poetico che mi dava delle dritte sul sentimento e sulla sua corretta esternazione. Trascrivo un esempio, visto che questo è un manuale di conversazione e qui si tratta nei fatti del mio primo approccio sistematico al problema del dialogo amoroso.
Irene: Mi si rimescola lo stomaco, davvero. Dormo male. Vorrei trovare pace e mi chiedo se... ecco, non so nemmeno cosa mi chiedo.
Spirito Poetico: Ahi lassa Irene, che tutta ti struggi in pianto ed in pensiero! Quei che ti fugge vana gloria chiede, e senza pietade move al suol lo sguardo. Che una venenosa turba ti percuote, i’ so!
Irene: Non riesco a descriverlo. È strano per me, è come se non trovassi le parole, come se non riuscissi a delimitare il campo. Parlo troppo tecnico?
Spirito: Ahi quanto so, mia misera, ch’è tutto un forsennato volere, un piacer crudele, che il cor pria che diletto non abbia a desiar che mercede.
Irene: Ma io soffro! Dimmi tu, che lo sai, che cos’è che provo?
Spirito: Questi è Amore! Amor, Irene mia; Amor, che di te vuol segnoraggio, Amor che del vero il lume t’ha conquiso, e che spessamente s’incarna in spietato messaggio.
Irene: Che cosa dovrei dirgli, ora? A Francesco, capiscimi. Come potrebbe mai accorgersi di me?
Spirito: Va’, sia pur con sembianza umìle, poi che tua fraile condizione seguitar non puote; e di’ che il tuo vano imaginare e le cose tue dubiose debbon cessare; che Lui t’ha chiamata in tuo nome, e quindi si convien che di voi si parli, e che la lingua tua parli come di se stessa mossa.
Irene: Sono belle parole, ma credi che davvero potremmo finire insieme, noi due?
Spirito: Ma certo! A tal proposito, Irene, sai che la parola insieme deriva, come tanta parte dell’Amore che ti canto, dal provenzale? Nella fattispecie, viene da ensems, essems, che si è formato dal latino in simul. Se ne trova un esempio nella Cronaca degli Albigesi, ove si dice E cavalgan ensems tant ergulhosament, che si traduce in E cavalcano insieme tanto orgogliosamente.
Irene: Qual baldanza di saggio, che sola vertute stima il coraggio, e sol Amore stima Sapienza! Ma il tuo saper non vale a sanar l’infermitate che rende il mio core carne d’amore folle e mai scusato! Or va’, tu che se’ valente, ch’io m’avvedo ch’è tardi e vassene il tempo e non me ne avvidi.
Spirito: Ch’io qui mi parta, Irene, ben fia: piacciati di serbarmi in core le notti future.
Irene: Buonanotte anche a te.
Elena Tosato 2015, rilasciato sotto licenza creative commons 3.0 Attribuzione, Non Commerciale, Non opere derivate.
lunedì 13 aprile 2015
Matera
Colpi di tosse spaccata
di un polmone minerale
e questa fu la vita
si dice, d'uomini, acerba
e gutturale rivolta.
Tra le ossa del fico d'inverno
corre l'aria serena
e ciascuno per compito pone
le domande che sa concepire
e le sgrava sulla terra.
Esce un uomo dalle scorze del tempo
e borbotta deposto ai suoi figli
'cercate i confini del mondo'
e i figli son rivoli di domande
e sciami di sassi appesi
senz'ombra pensosa
o grandezza ridente
che scava la roccia
e incide furente il verbo.
di un polmone minerale
e questa fu la vita
si dice, d'uomini, acerba
e gutturale rivolta.
Tra le ossa del fico d'inverno
corre l'aria serena
e ciascuno per compito pone
le domande che sa concepire
e le sgrava sulla terra.
Esce un uomo dalle scorze del tempo
e borbotta deposto ai suoi figli
'cercate i confini del mondo'
e i figli son rivoli di domande
e sciami di sassi appesi
senz'ombra pensosa
o grandezza ridente
che scava la roccia
e incide furente il verbo.
domenica 29 marzo 2015
All together now
All together now
(remix di endecasillabi, nonché modo scemo per trascorrere la domenica pomeriggio)
D’in su la vetta de la torre antica
alteramente io parlo e penso e scrivo:
non sempre il tempo la beltà cancella,
né più mai toccherò le sacre sponde.
La madre or sol, suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
cicio, nerbo, tortore, pennarolo,
tu, solingo augellin venuto a sera
del passegger che il suo cammin ripiglia:
molto egli oprò col senno e con la mano.
Questo di sette è il più gradito giorno.
Sommesso e lieve il tripudiar dell’onde,
quasi colombe dal disìo chiamate;
io venia pien d’angoscia a rimirarti.
Questa anima gentil che si diparte
non son, non sono io quel che paio in viso!
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
chi la chiama vergogna, e chi natura.
Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie.
E adesso siediti su quella seggiola.
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Versi e autori:
Titolo: J. Lennon, P. Mccartney, All together now, 1969
1. G. Leopardi, Il passero solitario
2. A. Manzoni, Alla sua donna
3. A. De Amicis, A mia madre
4. U. Foscolo, A Zacinto
5,6: U. Foscolo, In morte del fratello Giovanni
7. G. Leopardi, La quiete dopo la tempesta
8. G.G. Belli, Il padre de li santi
9. G. Leopardi, Il passero solitario
10. G. Leopardi, La quiete dopo la tempesta
11. T. Tasso, Gerusalemme Liberata, canto I
12. G. Leopardi, Il sabato del villaggio
13. E.G. Gaeta, La leggenda del Piave
14. D. Alighieri, Inferno, canto V
15. G. Leopardi, Alla luna
16. F. Petrarca, Canzoniere, sonetto XXXI
17. L. Ariosto, Orlando furioso, canto XXIII
18. D. Alighieri, Inferno, canto V
19. G.G. Belli, La madre de le sante
20,21. G. D'Annunzio, La sera fiesolana
22. R. Cocciante, Bella senz'anima.
Remix: E. Tosato, che così non si affatica
sabato 28 marzo 2015
Equivalenze
L'arte infiocchetta di parole inutili concetti esprimibili altrimenti con maggiore puntualità. Essa è, pertanto, degenerata e abominevole. Sia anatema! A cosa servono le metafore? A cosa gli espedienti retorici? A cosa l'armonia, la visione d'insieme, i richiami ad altre opere, al mito, all'ineluttabilità della natura umana?
Pussa via! L'importante è comunicare il concetto.
Si consideri ad esempio la perfetta equivalenza tra questo sonetto e la sua versione originale.
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella qui m'invoca
che fa tremar la mia area di Broca
e la corteccia visiva turbare.
Ella si va, sentendosi laudare,
a rilasciar dopamina che infoca:
e se vi par che la cosa sia poca,
pure d'estrogeni non vuol mancare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira
che vien l'ipofisi con l'ossitocina
e intender no lo può chi no lo prova:
e par che da la sua labia si mova
cogenza a stimolarmi l'endorfina
che 'l cerebro rilascia e si sospira.
Pussa via! L'importante è comunicare il concetto.
Si consideri ad esempio la perfetta equivalenza tra questo sonetto e la sua versione originale.
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella qui m'invoca
che fa tremar la mia area di Broca
e la corteccia visiva turbare.
Ella si va, sentendosi laudare,
a rilasciar dopamina che infoca:
e se vi par che la cosa sia poca,
pure d'estrogeni non vuol mancare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira
che vien l'ipofisi con l'ossitocina
e intender no lo può chi no lo prova:
e par che da la sua labia si mova
cogenza a stimolarmi l'endorfina
che 'l cerebro rilascia e si sospira.
lunedì 23 marzo 2015
Xylella furiosa
I fatti in breve: in una zona del Salento da qualche tempo alcuni ulivi si seccano e muoiono. Stando alle analisi sono stati attaccati da un batterio, Xylella fastidiosa, che - pare, non si sa se da solo o in concomitanza con altri fattori - ne provoca per l'appunto l'essiccamento e la morte. L'infestazione di questo batterio non è cosa recente, in California fa danni alla vite da almeno cent'anni; tuttavia in Italia Xylella fastidiosa è arrivata da poco e, comunque, non si conosce un farmaco per arginarla.
Qui un articolo più accurato sul sito di Italia Unita per la Scienza.
Quello che, in condizioni normali, sarebbe un problema agricolo, politico e di fitopatologia abbastanza rilevante, s'è trasformato però - as usual - anche nell'opportunità per vedere subdole macchinazioni di multinazionali che tramano per soppiantare l'ulivo salentino con (peraltro inesistenti) ulivi ogm sperimentati in Israele, fantomatiche trattative tra lo Stato e Big Pharma, potenze straniere e scienziati pazzi, in un climax che non si sa bene dove porterà, però intanto è bello da raccontare, è poesia e propaganda.
Il pensiero magico e superstizioso è in grande diffusione e non aiuta a mantenere un approccio razionale e sereno; né, bisogna ammetterlo, aiuta vivere in un Paese che tuttora galleggia sui miasmi irrisolti di un passato che non passa fatto di servizi deviati, mafia, terrorismo, teorie sul cedimento strutturale e bomba a bordo, piani di rinascita democratica, scandali IOR, stragi che scandiscono gli inesausti tentativi di diventare un paese civile, pezzi di Antistato che si fanno Stato e viceversa.
A questo punto in molti scatta l'istinto di alzare pasolinianamente il dito e tuonare: "Io so". Viviamo ossessionati dal Grande Vecchio anche quando il Grande Vecchio non c'è, o non necessariamente c'è, o in quel momento è in bagno: dev'essere, in fondo, un modo di esorcizzare la paura di sentirsi totalmente impotenti di fronte a quello che succede al mondo. Peccato che ciò diventi un perfetto boomerang, che sia cioè il modo ottimale per non fare niente, illudendosi di aver fatto qualcosa, diventando la caricatura di se stessi e gettando discredito su quel che si fa di buono.
Com'è parimenti grande tradizione italica: facite ammuina.
A me è scattato l'istinto di mettere il tutto in versi, calandomi nei panni d'uno di questi aedi dell'eterno complotto, e data l'epicità dell'evento bisognava usare le ottave.
Xylella furiosa
Qui un articolo più accurato sul sito di Italia Unita per la Scienza.
Quello che, in condizioni normali, sarebbe un problema agricolo, politico e di fitopatologia abbastanza rilevante, s'è trasformato però - as usual - anche nell'opportunità per vedere subdole macchinazioni di multinazionali che tramano per soppiantare l'ulivo salentino con (peraltro inesistenti) ulivi ogm sperimentati in Israele, fantomatiche trattative tra lo Stato e Big Pharma, potenze straniere e scienziati pazzi, in un climax che non si sa bene dove porterà, però intanto è bello da raccontare, è poesia e propaganda.
Il pensiero magico e superstizioso è in grande diffusione e non aiuta a mantenere un approccio razionale e sereno; né, bisogna ammetterlo, aiuta vivere in un Paese che tuttora galleggia sui miasmi irrisolti di un passato che non passa fatto di servizi deviati, mafia, terrorismo, teorie sul cedimento strutturale e bomba a bordo, piani di rinascita democratica, scandali IOR, stragi che scandiscono gli inesausti tentativi di diventare un paese civile, pezzi di Antistato che si fanno Stato e viceversa.
A questo punto in molti scatta l'istinto di alzare pasolinianamente il dito e tuonare: "Io so". Viviamo ossessionati dal Grande Vecchio anche quando il Grande Vecchio non c'è, o non necessariamente c'è, o in quel momento è in bagno: dev'essere, in fondo, un modo di esorcizzare la paura di sentirsi totalmente impotenti di fronte a quello che succede al mondo. Peccato che ciò diventi un perfetto boomerang, che sia cioè il modo ottimale per non fare niente, illudendosi di aver fatto qualcosa, diventando la caricatura di se stessi e gettando discredito su quel che si fa di buono.
Com'è parimenti grande tradizione italica: facite ammuina.
A me è scattato l'istinto di mettere il tutto in versi, calandomi nei panni d'uno di questi aedi dell'eterno complotto, e data l'epicità dell'evento bisognava usare le ottave.
Xylella furiosa
Stralcio di poema eroico in ottave
Di donne e Cavalier l’incauti amori,
di queste audaci imprese un dì fu il canto;
ma, poi che il gran tempo di quei rancori
trapassa inesorabile, di tanto
seguendo l’ire ed i global furori
il cor cerca la pugna con Monsanto
con l’innomato massonico piano
e con chi angustia il popolo sovrano.
Dirò d’Apulia in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per un germe d’alchemìa misfatto
nato tra i maghi che plasman l’enzima
giace l’ulivo ritorto e contratto
e non v’è ingegno che salvar lo stima,
né ci sarà pel suo tronco concesso
addivenire a regolar processo.
Primo, dico, fu 'l germe nella vigna
di là dei mari ov’è terra che trema:
natura fe’ sì ‘nconsulta e maligna
che va a prolificar nello xilema
e la pianta vi muore; più s’indigna
il cultor della sua vigna che scema,
quando vede frinir la Cicalina
ch’è di quel germe latrice meschina.
Ma per quei mari in eterna procella
quivi s’è volto il supremo periglio:
con il nome foresto di Xylella
sciamando nel Salento fa scompiglio
dell’ulivo che mozza e poi sbrindella.
Pave l’umano e tremando bisbiglia,
crollar mirando quell’albero antico:
v’è forse l’arma d’oscuro nemico?
È infatti noto che d’ogni ferita
dir si può se sia fatta di natura:
e poi che la Xylella sembra uscita
da mano umana sprezzante e sicura
che paga, forgia e pur vende la vita
nulla ipotesi qui più si trascura
finché si smascheri quest’empio zelo
ch’è pari a quel che di scie colma il cielo.
Ov’è Monsanto, si sa, v’è brevetto;
ov’è brevetto, son sgherri europei;
ov’è l’Europa, v’è infausto precetto
che va sconfitto cantando in cortei;
non basta: in questo caso maledetto
par sia complotto d’ulivi giudei!
Sorga il popol che qui truce mugugna:
pel fato e la taranta, sodali, alla pugna!
La Forestale fra i geni s’educe;
ecco v’è pur la procura che indaga;
presto il perito che ‘l fine deduce,
tosto si conti chi compra e chi paga,
alfin sia fatta chiarissima luce
sulla funesta e loschissima piaga:
ma della lotta la massima parte
sia delegata ai fulgori dell’Arte;
ché pensare l’ulivi tutti morti
uccisi dalla mano che moneta
pagò pubblica per conto dei forti
è grande suggestione d’un poeta
e sono dei poeti quelle sorti
di pensar ch’ogni cosa sia segreta:
consolazione sia il verso per noi
che forgia trame per renderci eroi.
©Elena Tosato (con la gradita partecipazione del signor L. Ariosto per un paio di versi)
martedì 17 marzo 2015
Capodogli alessandrini
Niente, oggi è andata così.
Lo stesso di prima, in versi alessandrini.
Lo stesso di prima, in versi alessandrini.
Così cominceremo: | chiamatemi Ismaele.
Questa è la storia antica | di me che in tal passato
non ebbi fra le tasche | più che un soldo bucato
e, privo d’interessi, | volsi a spiegar le vele.
È il mondo fatto d’acqua | la giusta soluzione
se il cuor va taciturno | e s’immalinconisce;
pei mari il navigare, | non sia chi si stupisce,
acquieta di rimando | la mia circolazione.
Se mai mi vien sospetto | d’avere messo il muso;
se mai mi va nel petto | lo scorno dell’intriso
novembre in tante piogge; | se pur ristagna il viso
dinanzi al vespillone | dei morti a seguir l’uso;
e in special modo quando | un nero umor m’invade
tanto che mi trattiene | solo la mia morale
dal battagliar col mondo | e invero far del male
a quanti più cappelli | incontro per le strade;
d’andar per mare quindi | sento che l’ora è questa.
Lo pongo a sostituto, | l’andar per mare, dico,
della pistola al petto, | del colpo a me nemico;
chi dee partire, parta: | pazienza per chi resta.
S'arrovellò Catone | con gran filosofia;
alfine sulla spada | gettò il suo cuor risolto.
Io cheto pur rimango, | altrove mi rivolto,
m’imbarco e non v’è nulla | che straordinario sia.
Se sol sapesse l’uomo | di questo usato vezzo
chiunque a proprio modo | chi presto e pur chi poi
farebbe invero quello | che dobbiam fare noi:
nei sentimenti il mare | per tutti ha un solo prezzo.
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