mercoledì 16 maggio 2012

Quando morirò

Quando, fra moltissimi anni, morirò, chiedo che il mio corpo venga cremato.
Raccogliete le mie ceneri in un dosatore e ogni tanto, a orari antipatici, spargetene un mucchietto davanti alla porta di quel maledetto rappresentante Folletto che mi avrà stressato per tutta la vita affinché io comprassi il suo indispensabile aspirapolvere.
Entrategli in casa alle sei del mattino, spargete la mia cenere sul tappeto del soggiorno, sotto i mobili della cucina, sotto il letto, negli angoli, negli interstizi. E poi costringetelo a darmi l'ultima dimostrazione di come è meraviglioso il suo aspirapolvere, oh come non potrà mai farne a meno, signora, anche in comode rate mensili, le lascio il mio biglietto, mi chiami quando vuole.

mercoledì 9 maggio 2012

Sbronze



Premessa: reggo poco l'alcol. Ma davvero poco. Mio marito è uno di quelli che potrebbero vantarsi di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Per questo motivo non bevo quasi mai. Comunque, una decina di anni fa mi trovavo in una bettola artistica dove si mangiavano piatti d'essai in compagnia di mia madre. Alla fine della cena vedo sulla carta degli spiriti che c'è anche l'assenzio. "Uuuuh, l'assenzio, che bello, la vita bohémienne, i poeti maledetti, mamma, mamma, voglio l'assenzio". Mia madre, che per qualche insondabile motivo (deve aver a che fare con il cordone ombelicale) mi dà retta anche quando non dovrebbe, ordina assenzio per due. Appoggio le labbra al bicchiere, prima goccia; dire sorso sarebbe eccessivo. Rido: come una gallina, co-co-co, una figuraccia, sembravo impazzita, mi guardavano tutti. 

Altra goccia di assenzio, stavolta arriva addirittura alla lingua: e lì si scatena il mio animo poetico e maledetto, mi fluiscono parole e versi molto compresi nella parte di dover essere una via di mezzo tra Rimbaud, Bukowski e altri fegati letterari celebri. Terza goccia, al palato. Arriva, fatale, la sbronza. "Mamma sto male, aiuto, non respiro, mi sento mancare". E mia madre: "Ma se non hai bevuto niente? È ancora tutto lì!" "Che c'entra, è il concetto. Portami a casa, sto male, sto veramente male". 
In effetti, stavo veramente male. Mamma si scola anche il mio bicchiere (be', era triste lasciarlo lì) e mi accompagna a casa, facendomi strada nella fresca notte estiva, lei cammina davanti, io ondeggio dietro, pronta a morire di epatite fulminante o cirrosi istantanea o coma etilico - soffro di leggera ipocondria, anzi, soffro di ipocondria grave. 

Arrivo a casa, mi siedo sul letto. Nel giro di cinque minuti sono di nuovo fresca e pimpante, le tre gocce di assenzio sono evaporate e mi metto a mangiare biscotti al burro raccontando con dovizia di particolari tutto lo spleen, le visioni, l'ebbrezza, la sbronza completa, con l'enfasi navigata e logorroica dei sopravvissuti a un pericolo mortale. 

Mia madre sospira.


© ET 9 maggio 2012

domenica 6 maggio 2012

L'Inferno del Trota

Terzine dantesche sul feroce contrappasso subìto dal Trota, costretto a mendicare una laurea in Albania.



Quale all’Adriatico dal Monviso
scorre ‘l gran fiume nell’ampia pianura
 ch’è detta de’ Padani il Paradiso

pur se l’ambiente s’è fatto lordura
e pur gli umani, copertisi d’onte,
 lesta l’indaga solerte procura;

tal è quel fiume ch’altrove ha la fonte
e porta agli inferi l’anime prave:
tutti lo dicono ‘l fiume Acheronte.

Quivi s’appresta - cagion gli sia grave
peccar d’abuso, ben degno di nota -
un giovinetto ch’attende la nave;

e a lui Caronte, d’in fondo alla mota
chiede chi sia, che faccia qui adesso.
“Sì mi conosci, mi chiamano il Trota”

dice il fanciullo, lo sguardo perplesso.
“Ancor sei quivi? Di nuovo all’esame?
Già son tre volte che torni d’appresso!”

urla Caronte, facendone strame.
Trota avvilito stavolta singulta:
“Or m’han cacciato dal sacro reame

ove Region si ministra e consulta!
Dicono: va’, giù nell’Ade profondo,
chiedi a’ demonii qual sia la tua multa;

più non tornare nel tuo chiaro mondo
ove s’evade l’italico conio”
“Dirà Minosse, o cor tremebondo,

ove espierai, rimpiangendo Gemonio:
tosto tu scendi, lo trovi, gli parla”
crudo risponde Caròn il dimonio.

“Misero sono, non posso scamparla,
mai che a qualcosa studiar mi sia valso”
geme il fanciullo, ormai non più ciarla

del gran poter di cui molto s’è avvalso.
Lento e sconfitto è già al cerchio primo;
scorge il destino, e lacrima salso.

Giudice d’anime ed eterno nell’imo
quivi è Minòs, che di spire s’avvolge:
“Viene, ragazzo, che tosto ti stimo”.

Poi lo condanna: “Che sian Malebolge!
E la cagion è quant’ora racconto
sì che il tuo petto più ancor si sconvolge”

Ringhia e rimembra qual mai fu l’affronto
che il giovin fece alla Somma Sapienza
pagando a dei foresti un greve conto:

danari non suoi, che pure non fu senza,
per dar sembianza d’avere intelletto,
di non mancar virtute e canoscenza,

dell’arte ch'è del trivio aver concetto.
Nel regno d’Epiro segrete cose
e molte ben degne d’ogni sospetto

accadono a chi cieco ripose
speranze d’una facile vittoria;
tosto si cambiano in più vergognose

e cadon nel dolor di falsa gloria:
sì fu per Pirro, già re dei Molossi
che d’amara pigion, dice la storia,

pagò i suoi trionfi presto rimossi;
e tal fu sapienza avuta di frodo
in altro bel sito da Renzo Bossi.

Poi che s'ingegna dell’antico modo
di stornar l'ignoto argento agli Elveti
di lì lo si riprese, grasso e sodo

sfruttando dei preposti prosseneti.
Comune fu l’usanza ai Longobardi
(sì facea ‘l governator coi suoi preti)

di giocar lietamente coi miliardi
pur se del volgo; e non fia una chimera
vederne in volto sorrisi beffardi:

pari è l’uso d’italica maniera.
Usi così a puttaneggiar coi regi
i suoi sodali, s’è detto, una sera

spartiti ch’ebbero i loro collegi
al giovin procuraron senza indugio
nobil sigillo che, teste di pregi

e pure di scienza, fia di rifugio
per l’ignoranza e per il non studiare.
Ed elli approva quel gran sotterfugio

che a paradosso si rese compare:
odiavan certo quei nordici pravi
genti in ambasce sfuggite pel mare

e poi costrette a ricatti ed aggravi
per la miseria di lor condizione.
Eran d’Africa, d’Oriente, poi Slavi

o dell’italico ancor Meridione.
Ed egli a spregio d’antichi rancori
 oppur bramando la lor compassione

trovò nel piano qual soccorritori
gli stessi che spacciava un dì per ladri
col padre urlando: “andate di fuori!”

Non sol, per dire poi che non s’inquadri
questa vicenda nel senso meschino
che vorrem degna di lazzi leggiadri

oltre che d’onta per moral declino,
dirò, e Minosse per ben s’è avvisto,
che ‘l giovin risultò da clandestino

poiché scordò d’obliterare il visto.
Quanto infame è mai tal contrappasso!
Commina Minòs all’animo tristo

decima bolgia: “Tu scendi nel basso
ove patisce chi falsa moneta,
 e fesso è da febbri fin al collasso,

o chi falsò se stesso e mosse a pieta
ignari che l’accolser qual fratello.
 Mentre tu vai, già ad un altro profeta

credon le genti; ‘l medesmo randello
brandendo contra i principi rissosi
 e gridando or per questo ed or per quello

vanno agitando qual cani rabbiosi.
Essi han bisogno d’un avventuriero:
 presto si fanno più aspri ed irosi

e fuori traggono l’animo nero;
pensi che quando sarai nell’abisso
 un altro non vorranno condottiero?”

Così dice Minosse e guarda fisso
il giovin Trota che’l teme e l’implora
 di non venire nell’imo confisso.

Negando lo dispera e dice: “Ora
vengo alla pena che t'è comminata.
 Tosto che sorga la prossima aurora

ti troverai giù per questa scarpata
in una valle d’armenti infiniti.
 Esse son vacche; mandriano, le guata

un gran dimonio dagli occhi ammattiti.
L’aiuterai e gli starai d’attorno
 acché gli armenti risultin puliti.

Sarai tra valli più calde d’un forno
finché vien Cristo a spartire le genti
 nel suo secondo ed eterno ritorno.

Spalar letame son gravi tormenti:
bada, fanciullo, che i buoi siano netti!
 Tu che hai gabbato gli onesti studenti

e per famiglia che sei tra gli eletti,
bovini alloggi ben colmin le falle
tue e di tua fosca congrega d’inetti!”

E mandò il Trota a ripulir le stalle.

mercoledì 2 maggio 2012

Esami

Uno piuttosto imbarazzante fu quello di Laboratorio di elettronica, che costituiva la metà dell'esame di Esperimentazioni di Fisica 3; l'altra metà era il Laboratorio di spettroscopia e fisica nucleare, ed era molto più divertente. Ora, io aborro l'elettronica. E il sentimento è ricambiato. Per me un circuito è quello dove corrono i piloti, la resistenza è quella dei partigiani, la capacità è quella che uno sviluppa con l'esercizio e l'induttanza... beh, l'induttanza è quella cosa lì e basta, va bene. Arrivo al colloquio con le mie relazioni pronte. La prof m'interroga, io sono tesa, tesissima, più del solito, già parlo a fatica, ma qua è davvero un disastro, balbetto, sudo, emetto una serie di gorgoglii vagamente a tema, rispondo alle domande inceppandomi anche su nome e cognome e numero di matricola, e sì che ho studiato, ma nell'esposizione credo di aver applicato alla fisica lo stream of consciousness. Alla fine la prof sospira, scrive il voto sul libretto (per fortuna l'altra metà dell'esame, quella di laboratorio di spettroscopia, l'avevo già sostenuta con un altro professore e con miglior profitto) e mi dice: "venga, che le offro un caffè, così mi parla della sua vita e dei suoi problemi, vedo che lei è così timida, ne ho visti tanti timidi ma lei è davvero patologica, sa? una cosa impressionante! venga, mi racconti, ma stia attenta che ho problemi di cuore e fra un po' mi opero". Insomma oltre all'adrenalina che scendeva, alla spossatezza, al senso di inutilità metafisica eccetera, mi è toccata anche la seduta di autocoscienza davanti alla macchinetta del caffè, sembravo Woody Allen, giuro. E siccome la prof si era dimenticata il portafogli in ufficio, ho offerto io.