sabato 22 luglio 2017

Parole e radici

PAROLE E RADICI

Per uscire da un periodo in cui avevo la gommapiuma in testa e un alone di depressione umidiccio scatenato dalla fine della stesura di Teoria dei canti, questa primavera mi sono messa a seguire un MOOC sulla teoria di Galois. Nata da considerazioni squisitamente algebriche, come la risoluzione per radicali di equazioni di grado superiore o uguale al quinto (che si dimostrerà generalmente impossibile), la teoria fa anche un sacco di altre belle cose, come porre in relazione campi e gruppi. Un punto essenziale è che ogni equazione algebrica è ancora soddisfatta una volta che ne vengano permutate le radici; e questo mi ha fatto venire in mente che c’è un tipo di composizione poetica adatto allo scopo, la sestina lirica. È una canzone di sei strofe (più una chiusura), ciascuna delle quali composta da sei endecasillabi; le parole finali di ogni endecasillabo della singola strofa vengono opportunamente permutate per formare le strofe successive. La chiusura comprende tre versi, ciascuno dei quali contiene - nel mezzo e alla fine - due delle parole che chiudevano gli endecasillabi delle strofe. (Sì, anche questa roba ce l’abbiamo grazie a Dante). Insomma, lo schema è ABCDEF-FAEBDC-CFDABE-ECBFAD-DEACFB-BDFECA, più la chiusa finale.
La difficoltà compositiva risiede perlopiù nella scelta delle parole finali del verso.
Le sei strofe si articolano in tre temi, anche se sviluppano un unico discorso: la prima e la sesta strofa parlano del numero, la seconda e la quinta del mondo, la terza e la quarta d’amore. La chiusa finale è come la morale della favola: si fa perché ci vuole, e comprende di tutto un po’. 

E vedo un gruppo che in campo si muta
e il divagar d’un numero, giù, piano, 
e il rivoltar che invariato si forma
del prendere radici, tutt’insieme
sicché per caso tra i corpi si sente
il primitivo elemento del mondo.

È un fatto antico, stranissimo il mondo
che il numero ci fa, di lingua muta
e pur che tutto, pervaso, si sente
dentro lo spazio, sopra d’un piano
nell’aggrapparsi al concetto d’insieme,
nel reggere del cielo senso e forma

e quindi si rinchiude. Mi si forma
un colpo stretto d’amore del mondo
che me con queste leggi vuol insieme
e vuol di sé vedersi corpo e muta
mentre la vita gli passa, pian piano,
fin dove la sua forza se la sente;

e quale amor si grida, dice e sente,
ed or è contenuto, e quindi forma,
improvvisato adesso, oppure piano
per far del caos dolcissimo al mondo,
voce narrante d’accolita muta
che alfin si sogna di vivere insieme.

E malridotto, costretto d’insieme,
vedo ed osservo, per come si sente
e come si presenta, vivo, muta
pur trattenendo di sé questa forma,
nei numeri l’usato, amico mondo 
ch’è liscio, squadernato, vòlto e piano

e il numero lo narra, lento e piano 
e, dice, si fa classe, gruppo, insieme,
sì quasi che del corpo fosse mondo;
ma in calcoli si finge, lo si sente
sconvolgere la terra; e qui la forma,
la vede, la descrive, poi la muta.

Parola, tu che piano ti fai muta
raccontami l’insieme di quel mondo
che d’algebra si sente peso e forma.

mercoledì 5 luglio 2017

Il Transfinito

IL TRANSFINITO
(Giacomo Leopardi si emenda dopo aver letto Odifreddi)
Sempre caro mi fu quest’ermo Cantor:
e quest’insieme, che già tanta parte
finita di se stessa in sé conchiude.
Qui, sedendo e contando, interminati
spazi al di là di questo, e sottinsiemi
già propri, idempotenti li vedo
e nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il senso
vedo cercar sopra ‘l continuo, io quello
infinito soggetto ai naturali
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e Zermelo, Peano, ed i presenti
assiomi e il suon di lor. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar s’è fatto aleph con zero.

martedì 4 luglio 2017

Il lunedì del Villaggio

Il lunedì del Villaggio
(in morte di Paolo Villaggio, 3 luglio 2017)

E la Silvani vien sacramentando,
in sul calar del sole,
a darti del merdaccia; e reca in mano
un mazzolin di rose e di viole,
onde, siccome suole,
ornare ella si appresta
dimani, in Megaditta, il petto e i crini.
Siedi, con il Filini
ne la sala a rimirar col Riccardelli,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando perdi il tuo buon tempo.
La Corazzata un dì poi s’ammirava:
cagata fu, pazzesca,
e qui plaudì l’ardire intra di quei
tanti colleghi, nessun più ne esca.
Già tutta l'aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
giù da' colli e da' tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno:
la partita che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
Peroni sorseggiando
e la frittata in piatto,
un tifo indiavolando
forma un lieto romore:
ma pur si storna alla sua parca mensa,
ruttando, il ragioniere,
e mai saprà chi l’avrà fatto, il palo.
La Serbelloni è corsa, dal riparo:
Che faccio, Capovaro?
Vadi contessa, vadi, la si prega!
s’incozza la bottiglia
da metri trentadue, poi più centrale,
e s’accetta, e s'adopra
di mozzar diti al clero in verso all’acqua.
In gita lagunar tu fosti un giorno,
pien di stima e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Ragioniere scherzoso,
cotesta età fiorita
è nube sempre ricca di sorprese,
accento pur svedese,
che precorre alla festa di tua vita.
Batti, sì, batti lei; stato soave,
e, come, troppo umano.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave.