venerdì 3 agosto 2018

Sonetto schiumoso

Sonetto sul fatto che ho messo a lavare una maglia macchiata di bagnoschiuma e la lavatrice ha prodotto un blob imperituro, giacché dalle disgrazie è sempre bene trarre forme d'arte quantunque col titolo troppo lungo

Straborda, voracissima consuma
lo spazio in ogni minimo ritaglio,
al cieco, inesorabile sbaraglio;
deflagra, ma dolcissima profuma

nel mentre nel cestello mi s'inuma
mesto il bucato, gettato per sbaglio
col sovraccarico, quasi bagaglio,
d'una rigonfia, munifica schiuma.

A stento contenuta dentro un secchio
ottunde la violata lavatrice,
montata come fosse ferma neve

dal ratto vorticar dell'apparecchio:
la lingua non vuol dire ciò che dice.
Rincorro quest'immonda forma lieve.

lunedì 9 luglio 2018

Un'oretta

Mi telefona mio padre dalla montagna. Mio padre va spesso in montagna. "Sai dove sono stato oggi? Al rifugio Tre Scarperi. Ti ricordi il rifugio Tre Scarperi?"
E io mi ricordo, sì, mi ricordo. Mi ricordo che avevo otto anni o nove, e mio padre aveva portato me e un mio amico d'infanzia su al rifugio Tre Scarperi, in un volenteroso quanto inutile tentativo paideutico di farmi amare la montagna, a me la montagna piace solo quando canto i cori di montagna di ritorno dalla montagna con la prospettiva di stendere i piedi e riposarmi a casa mia in pianura, e la montagna poi mi fa tanto sanatorio di Davos, incanti, magie, guerre e tisi, insomma, ci portò su noi due bimbi tutti attrezzati e ordinati al rifugio Tre Scarperi. Il mio amico chiacchierava e faceva la radiocronaca della gita, mio padre guidava la spedizione, io meditavo sui massimi sistemi, non dico come quella volta anni dopo quando mi fece fare le gallerie del Pasubio e avevo l'unghia incarnita sia di qua che di là, e anche quel po' di claustrofobia tenuta a bada dai sensi di colpa perché ne erano morti a manciate dentro alle gallerie del Pasubio anche solo per scavarle mentre gli austriaci gli sparavano addosso; ma meditavo, ho sempre meditato molto anche da piccola, e guardavo le rocce, la vegetazione, l'aria limpida, un passo dietro l'altro, e risparmiavo il fiato solo per chiedere "Papà quanto manca?"
E mio padre s'inventò una misura del tempo plastica e proteiforme, un orologio molle di Dal gestito a parole, e disse che mancava un'oretta, e il tempo passava e mancava ancora un'oretta, e sempre un'oretta, e di nuovo un'oretta e questa cazzo di oretta del tempo perduto che meno male che non avevo ancora letto Proust. Che, infatti, andava al mare.
Poi arrivammo al rifugio, mangiammo, aspettammo -altre orette- che venisse sera e andammo a dormire in questa camerata spartana e ruvida come le cose di montagna, vi giuro che d'ora in poi leggo tutto Rigoni Stern ma fatemi riposare, e io non chiusi occhio perché c'era un altro escursionista che russava, però c'erano i letti a castello e, lo confesso, fu bello davvero.

domenica 8 luglio 2018

Sonetto anticolinergico

Sonetto anticolinergico

O spasmo, che durata aver perenne
minacci, giù strizzato nella pancia!
Cruento, quasi come quando in Francia
il fronte rantolava sulle Ardenne,

t'osservo e mi lamento; e pur indenne
io spero di sfuggirti. Qui si lancia
la voglia, qui la lingua già s'aggancia
al farmaco chiamato già per Enne

butilbromuro di scopolamina,
l'afferra questa gola, giù nel ventre
lo bramo, tormentato da quel crampo.

Compete già con l'acetilcolina;
ed io mi rassereno, in fra quel mentre

dal ruglio intestinale mi dà scampo.

mercoledì 20 giugno 2018

Blu asfalto

Blu asfalto

Anni fa, quando vivevo ancora a Padova, andai a comprare un paio di infradito. Ero incerta sul colore, per cui chiesi alla commessa che mi consigliasse. Dal momento che un paio di scarpe mi deve andare bene con tutto perché io odio comprare scarpe (certifico e garantisco comunque il mio essere donna), chiesi che mi indicasse un colore che fosse sufficientemente neutro da accompagnarsi con la maggior parte del mio guardaroba estivo (e che non mi costringesse a comprare vestiti nuovi, giacché io odio anche comprare vestiti, e continuo a garantire e certificare comunque il mio essere donna).
La commessa, molto gentile, mi mostrò un paio di sandali. "Sono blu asfalto" disse, "dovrebbero andare bene".
E io lì per lì stetti zitta, perché da quel po' che so, e che sapevo anche allora pur non avendo ancora cominciato a frequentare ingegneri edili, l'asfalto è grigio, non blu, ma sai mai cosa si nasconde nelle definizioni cromatiche del mondo della moda, quell'universo misterioso e magnifico in cui le gradazioni Pantone assumono nomi mistici di fiori, piante, emozioni e ombre di sogni perduti; e quindi annuii gravemente, e poi dissi che sì, potevano andare bene. Provai il numero, pagai e me ne tornai verso casa.
Solo che, mentre camminavo verso la fermata dell'autobus, questa cosa del blu asfalto continuava a rodere le debolezze delle mie compulsioni, per cui tirai fuori la scatola dal sacchetto e andai a vedere com'era definito il colore.

C'era scritto "basalto".

E io rimasi lì in mezzo alla strada, sotto il sole estivo, a pensare alla commessa dagli scarsi rudimenti geologici che aveva tentato di interpretare l'ignota parola alla luce delle sue conoscenze pregresse, in un mirabile sforzo di creazione di nuovi orizzonti verbali.

Fino a quando li ho dovuti buttare perché s'erano consumati, per me quei sandali sono rimasti blu asfalto.

venerdì 1 giugno 2018

I virgolettati

Uno dei grandi problemi della comunicazione politica è costituito dai virgolettati. La sintesi è un'arte necessaria ma insidiosa, non solo perché presuppone una grande capacità di analisi a monte, non solo perché può dare l'impressione di avere esaurito il discorso, ma perché la compressione del messaggio rischia di tagliarne fuori parti essenziali o sfumature non altrimenti riproducibili; spesso e volentieri, anche la complessità del ragionamento viene meno, magari mentre si ricerca la battuta ad effetto che rimanga impressa nel lettore e che poi si propaghi, acquistando vita propria e una propria nuova carica comunicativa.
Son qua che mi immagino i virgolettati con cui sarebbero stati trasmessi alcuni capolavori della letteratura mondiale.
"Domani smetto" [La coscienza di Zeno]
"Ma il treno dei desideri, dei miei pensieri all'incontrario va" [Anna Karenina]
"Bella zio!" [Amleto]
"Vado e torno" [Nuovo Testamento]

mercoledì 23 maggio 2018

Appunti dal Quirinale

23 maggio 2018
Il Presidente si appoggiò alla scrivania, intrecciò le mani e socchiuse gli occhi. Calava la sera sui palazzi di Roma; l'aria della primavera, al di là delle finestre, s'avvicendava senza fretta sui passanti ignari, sugli autobus derelitti, sui rancori e sulle risate.
Nella stanza c'erano solo loro due e un silenzio smorto, quasi innaturale. La tensione accumulata nel pomeriggio stava scemando.
Il Presidente rifletteva. La storia gli scorreva veloce nella testa, aggrovigliandosi di quando in quando, lasciando buchi nel tempo, soffermandosi per poi riprendere. Facce scomparse, passioni civili taciute, lunghi discorsi, tutto si accavallava, straripava dalle intermittenze della memoria.
Il Presidente ripensò a quanto aveva appena sentito. Che scherzi fa il destino, a volte, si diceva, a metterti di fronte all'imponderabile. Ripercorreva una ad una le parole che l'Altro gli aveva detto: abbellite, tremanti, cariche di aspettative, anch'esse piene di accelerazioni e di intoppi bruschi. 
Che fare, che fare, si diceva il Presidente. Riaprì gli occhi, quegli occhi azzurri che tanto avevano visto, tanto avevano capito. Guardò l'Altro, con gentilezza. Ci sono momenti nella vita di un paese, pensava. Ci sono momenti nella vita di un uomo. L'Altro stava lì, seduto. Aspettava. 
Il Presidente trasse un profondo respiro.
"Adesso metti via il quaderno e ridimmelo con parole tue."

lunedì 21 maggio 2018

Endecasillabi sul primo governo gialloverde

T'indovinavo scrutando gli stridi
di là dalle montagne ancora sporche
di neve mezza marcia e senza tempo
T'indovinavo nel ruglio del mare
gonfiato di presagi e di confini
E poi nell'inumana, lieve e tiepida
spensieratezza ch'è senza domani
covata dal rancore, chiacchiericcio
ch'è avido soltanto di se stesso
T'indovinavo guardando la mescita
sguaiata di figure d'insipienti,
nei fragili, ultimissimi dolenti
passaggi d'una danza di costume
Adesso so che arrivi senza fiato
e non c'è chi ti ferma o chi ti vuole
solo il bisogno di carta e parole
E, dici, farai presto, e qui t'aspetto,
Troika