venerdì 1 giugno 2018

I virgolettati

Uno dei grandi problemi della comunicazione politica è costituito dai virgolettati. La sintesi è un'arte necessaria ma insidiosa, non solo perché presuppone una grande capacità di analisi a monte, non solo perché può dare l'impressione di avere esaurito il discorso, ma perché la compressione del messaggio rischia di tagliarne fuori parti essenziali o sfumature non altrimenti riproducibili; spesso e volentieri, anche la complessità del ragionamento viene meno, magari mentre si ricerca la battuta ad effetto che rimanga impressa nel lettore e che poi si propaghi, acquistando vita propria e una propria nuova carica comunicativa.
Son qua che mi immagino i virgolettati con cui sarebbero stati trasmessi alcuni capolavori della letteratura mondiale.
"Domani smetto" [La coscienza di Zeno]
"Ma il treno dei desideri, dei miei pensieri all'incontrario va" [Anna Karenina]
"Bella zio!" [Amleto]
"Vado e torno" [Nuovo Testamento]

mercoledì 23 maggio 2018

Appunti dal Quirinale

23 maggio 2018
Il Presidente si appoggiò alla scrivania, intrecciò le mani e socchiuse gli occhi. Calava la sera sui palazzi di Roma; l'aria della primavera, al di là delle finestre, s'avvicendava senza fretta sui passanti ignari, sugli autobus derelitti, sui rancori e sulle risate.
Nella stanza c'erano solo loro due e un silenzio smorto, quasi innaturale. La tensione accumulata nel pomeriggio stava scemando.
Il Presidente rifletteva. La storia gli scorreva veloce nella testa, aggrovigliandosi di quando in quando, lasciando buchi nel tempo, soffermandosi per poi riprendere. Facce scomparse, passioni civili taciute, lunghi discorsi, tutto si accavallava, straripava dalle intermittenze della memoria.
Il Presidente ripensò a quanto aveva appena sentito. Che scherzi fa il destino, a volte, si diceva, a metterti di fronte all'imponderabile. Ripercorreva una ad una le parole che l'Altro gli aveva detto: abbellite, tremanti, cariche di aspettative, anch'esse piene di accelerazioni e di intoppi bruschi. 
Che fare, che fare, si diceva il Presidente. Riaprì gli occhi, quegli occhi azzurri che tanto avevano visto, tanto avevano capito. Guardò l'Altro, con gentilezza. Ci sono momenti nella vita di un paese, pensava. Ci sono momenti nella vita di un uomo. L'Altro stava lì, seduto. Aspettava. 
Il Presidente trasse un profondo respiro.
"Adesso metti via il quaderno e ridimmelo con parole tue."

lunedì 21 maggio 2018

Endecasillabi sul primo governo gialloverde

T'indovinavo scrutando gli stridi
di là dalle montagne ancora sporche
di neve mezza marcia e senza tempo
T'indovinavo nel ruglio del mare
gonfiato di presagi e di confini
E poi nell'inumana, lieve e tiepida
spensieratezza ch'è senza domani
covata dal rancore, chiacchiericcio
ch'è avido soltanto di se stesso
T'indovinavo guardando la mescita
sguaiata di figure d'insipienti,
nei fragili, ultimissimi dolenti
passaggi d'una danza di costume
Adesso so che arrivi senza fiato
e non c'è chi ti ferma o chi ti vuole
solo il bisogno di carta e parole
E, dici, farai presto, e qui t'aspetto,
Troika

sabato 21 aprile 2018

Il cinque maggio nudo

Apprendo che il 5 maggio è la giornata del giardinaggio nudista.
Mi stava quasi venendo un'ode.

Vien su! Siccome immobile
dentro il percorso agreste
stette la spoglia immemore
orba di tanta veste,
così, percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
nuda pensando all’intima
ora del coltivare:
né sa quando una simile
forma di chiappe chiare
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui rastrellante ignudo
vide il mio genio e tacque:
quando la braga inutile
cadde, si tolse e giacque,
di mille pelli al brivido
mista la sua non ha:
vergin di vaghi abiti
nel coltivar l’ortaggio,
sorge svestito e subito
facendo giardinaggio:
e porge all’aria natica
che forse altrui vedrà.
Con le vezzose gonadi
mondate pur dal tanga
tra quei cespugli impavido
tenea con sé la vanga;
sarchiò tra solchi e rivoli,
le fronde andò a potar.
Fu verde gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: poi
ai posteriori pure, massimi
fattori come noi
che vollero, con spirito,
svestiti coltivar.
Ed offre al vento l’inguine
privo d’un gran sostegno,
l’ansia d’un corpo indocile
che non si vede indegno!
E giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;
tutto ei provò: diserba,
innaffia e poi concima
fa rotazion con l’erba
di quel che c’era prima,
si scuote dalla polvere
finché ne vuole arar.
Si cautelò dal tetano,
ch’è morbo mai placato:
le spore a lui si volsero
ma era vaccinato.
Ei si denuda ed arbitro
si chiede del pudor.
E gode, il dì nell’ozio
spendendo in queste lande,
pur con l’immensa invidia
di quei con le mutande,
l’inestinguibil odio
e l’indomato amor.

mercoledì 11 aprile 2018

Ghiaccio

Era estate, lei era giovane, be', più giovane di ora, era nella sua camera da letto, l'afa insopportabile, una casa senza aria condizionata, ed era tardi, un'ora indefinita, quel punto della notte in cui non badi più all'orologio e cominci a concentrarti su altre percezioni del tempo. E lei era sdraiata sul letto, e aveva caldo, e c'era lui di fianco a lei, ed erano svegli, ciascuno nella sua metà, col ventre sudato sul lenzuolo ormai impotente, la schiena esposta a qualsiasi velleità di brezza notturna che potesse entrare dalla finestra, e invece stagnava tutto, l'aria, il tempo, la notte, anche i pensieri. Ma erano giovani, e forse una volta erano stati anche innamorati, e li illuminava appena la luce arancione dei lampioni sulla strada, e qualche macchina passava lenta, in sottofondo, e il sonno non arrivava e si appiccicava alle palpebre senza chiuderle, e allora lei disse a lui di andare in cucina a prendere dei cubetti di ghiaccio, passameli sulla schiena, il caldo, la tensione esasperante dell'umidità non possono vincere la forza dei sensi, l'istinto e il desiderio sono più forti dell'afa e della noia, e lui si alzò e andò in cucina, e lei lo attese, lo attese, e sentiva distintamente la pelle della schiena che si imperlava di altro, avvilente sudore, il tempo che tornava ad avvolgersi sull'orologio, la luce arancione dei lampioni distanti; una volta, forse, erano stati innamorati. Infine lui tornò, e lei si era quasi addormentata, e il desiderio era colato via, nel lenzuolo, e lei gli chiese, hai preso il ghiaccio da passarmi voluttuosamente sulla schiena, e lui disse sì, e lei gli chiese, e perché ci hai messo così tanto, e lui disse allegro, già che c'ero ho visto la vaschetta del gelato e mi sono seduto a mangiarlo, adesso sto meglio, mi sono proprio rinfrescato.
L'ho lasciato poco dopo.

martedì 13 marzo 2018

Sonetti di Nepero

Due sonetti sulla costante e.


(1)

Fra due e tre, trascendente, mi trovo,
son base di funzione esponenziale
e poi del logaritmo naturale,
l’uno dell’altra l’inverso ritrovo.

A definirmi, volendo, mi provo
qual somma d’ogni enne fattoriale.
Quando m’elevo alla ics, so che vale
che, ad integrarmi, ritorno di nuovo

tale qual ero, e così in derivata
non val che d’altra forma faccia spreco.
Nel seno e nel coseno, disse Eulero,

per bene già mi so rappresentata:
e se m’elevo alla i per pi greco
aggiungo ancora uno e vi do zero.



(2)

Nel prendere un ennesimo più uno
alla potenza ennesima elevato,
il limite che venga calcolato
di questo strano ed innocuo raduno

per enne all’infinito, l’accomuno
al numero che “e” viene chiamato
e così definito e fabbricato
in modo che risulta opportuno.

Coi naturali spesso lo si dice
già nella stima asintotica: vale,
per quanto s’è fin qui bene capito,

rapporto d’enne con quella radice
ennesima di enne fattoriale,
ancora ragionando all’infinito.