sabato 23 aprile 2016

Beethoven e i cannoli di ricotta

Ieri sera mi sono trovata a pensare a una delle grandi questioni esistenziali di cui non ho mai capito niente, cioè la ricerca del potere fine a se stesso e il piacere che una persona ne può trarre. Per dire: House of Cards per me è off limits, sarebbe come mettere una bertuccia in un seminario di meccanica quantistica.
Come sempre accade quando non mi raccapezzo nella comprensione del reale, ho cercato una sponda e una consolazione ermeneutica nell’interpretazione del mondo data dalla letteratura e dalla filosofia, vale a dire che in questo caso mi sono messa a rimestare nei ricordi di Machiavelli e in quelli shakespeariani del Macbeth o del Riccardo III. Ne ho tratto qualche vacillante indicazione, ancora del tutto insufficiente per supplire alla mia incompatibilità strutturale, ma significativa per orientarmi quantomeno nei meccanismi del funzionamento di questa peculiarità antropologica.
Ho quindi cercato una chiave di lettura in senso utilitarista, magari il potere fine a se stesso serve in fondo a qualcosa d’altro, come i soldi, che uno dice che gli piacciono di per sé ma poi gli servono per comprare delle cose con cui si gratifica, tipo un sacco di libri o un viaggio da qualche parte. (È così, vero? ho inteso correttamente? vi prego)
Però mi ricordo che c’è un detto secondo il quale comandare sarebbe meglio che fottere, e io qua vado direttamente nel panico, perché è ovvio che quanto a gratificazione sensoriale e goduria pura il sesso se la gioca soltanto con robe come i cannoli di ricotta e la Nona di Beethoven, e comunque vince, e non vedo come il potere di per sé potrebbe surrogare la Nona di Beethoven o anche solo un cannolo di ricotta, figuriamoci il resto, e figuriamoci essere meglio. Quindi mi ritrovo da capo che non ci ho capito niente, e non bastasse, sono le cinque del mattino e sono sveglia da un’ora perché rimugino.
Per me la gente è strana.

martedì 19 aprile 2016

Benché

A qual ragion rimastica l'eterno
dissidio dei superbi
se non per dir ch'è solo a sé gradito?
Resa si dà, con frutti sempre acerbi.
vita di vacuo scherno:
e c'è chi ingrassa ed eleva a guaito
la noia di partito.
Se pure il nulla s'è fatto furore
nero d'umore tra i voti s'accoscia
il riso nell'angoscia
e la gran conta del proprio candore
è il cruento sudore
di un istinto suicida.
Rese monche d'un verbo sobrio e scarno
innalziamo le grida,
Italia mia, benché 'l parlar sia indarno.


(Canzone in stile petrarchesco, una stanza, AbCBaCcDEeDdfGfG)

martedì 5 aprile 2016

Espresso mondo


È nello spirito di un Thomas De Quincey o di un William Burroughs che mi accingo a scrivere queste brevi note; conto non tanto di farne un memoriale organico quanto, piuttosto, di lasciare una traccia emotiva, seppure non scevra di osservazioni meno soggettive, riguardo un’esperienza fisica e psicologica occorsami di recente. L’approccio alla descrizione dell’interazione con le sostanze di abuso è materia delicata; vorrei riuscire a dare un quadro della situazione che non fosse apologetico e, al contempo, evitasse lo stigma morale che ancor oggi accompagna la rappresentazione pubblica di un fenomeno socialmente e antropologicamente così diffuso e complesso. Mi trovo inoltre ad avere a che fare, dal punto di vista metodologico, con una serie di problemi filosofici di non scarso rilievo: ad esempio, come si possano stabilire dei fatti al di là di ogni controversia, se i fatti siano pubblici e come possano essere espressi in modo da essere da tutti compresi allo stesso modo, come sia possibile fare predizioni partendo da osservazioni comuni e analoghi sistemi di inferenza. Dovrò districarmi fra le vestigia nostalgiche dell’empirismo logico e il fascino perverso del misticismo connesso alle sostanze psicotrope; dovrò stabilire quale sia il mio paradigma di indagine, dovrò altresì guardarmi dalle difficoltà derivanti dall’utilizzo estensivo di analogie.
Nello spirito di De Quincey e Burroughs mi risolverò a parlare unicamente della mia persona; mi si chiederà il perché, mi si domanderà se - forte di una non del tutto raffazzonata conoscenza letteraria e farmacologica della sostanza in questione - non avessi già ab ovo un’intuizione - percettiva, intellettiva, fate voi - dei rischi connessi all’assunzione; si cercherà di scandagliare, e con quale crudezza, il mio substrato psicologico e ambientale, quali e quanti fossero i miei incubi d’infanzia, quale e quanto l’affetto dei miei genitori, quanto e come mi sentissi tagliata fuori dalla vita e dalla società.

Ma veniamo ai fatti. Sabato 2 aprile 2016 ho mangiato, per la prima volta, una granita di caffè. 
Nello specifico: una granita al caffè con panna. 

Piccola.

Si dirà: e quali mai possono essere i disturbi percettivi e spirituali causati dall’ingestione, in un tardo pomeriggio di primavera da parte di una persona adulta e in salute, di una granita al caffè con panna, piccola?
Procediamo con ordine.

Non era la prima volta in assoluto che, in vita mia, mi accostavo al caffè, per tacere del fatto che, se si guarda all’alcaloide in sé, ne consumo quotidianamente una modica quantità bevendo tè verde. Del caffè in senso stretto avevo provato le grazie in alcune occasioni, pur senza mai posare le labbra su una tazzina: attorno ai vent’anni mi ero rimpinzata di chicchi di caffè tostato ricoperti di cioccolato comprati a Roma a Sant’Eustachio vicino al Pantheon e consumati in attesa che il treno per Padova, in ritardo di un’ora, arrivasse alla stazione; fatto che mi causò una fastidiosissima acidità di stomaco, peraltro, costringendomi a un viaggio tribolato e a vagheggiare salvifiche, quanto irreperibili al momento, piogge tintinnanti di inibitori della pompa protonica.
Un’altra esperienza giovanile risiedeva nell’ingestione, saltuaria ma sempre gradita, di fette di tiramisù. Anche lì, la cosa mi andò temporaneamente in disgrazia in occasione di una festa di fine anno con i compagni di classe, c’era un tiramisù fatto dalla nonna di uno di noi, un buon tiramisù sano&artigianale preparato con le uova della gallina di casa, tutta roba naturale e non trattata, che da principio mi rammaricai di non poter assaggiare perché avevo già mangiato troppo e non mi sarebbe entrato nemmeno uno spillo, ma che poi, visto che metà casse finì a letto, o per meglio dire avvinghiata alla tazza del water, con la salmonellosi, fui anche piuttosto contenta di aver dovuto lasciare lì. Da allora trascorsero anni prima che mi azzardassi a mangiare un altro tiramisù (San Gimignano, agosto 2013, per l’interruzione dell’astinenza), anche se a ben vedere il problema della classe falcidiata dalla tempesta batterica era nelle uova, non certo nel caffè, però giacché il tiramisù era l’unica fonte per me accettabile di caffè mi ritrovai per tre lustri almeno a fare a meno della summenzionata bevanda.

Fino a sabato scorso.
Cioè, nemmeno. Qualche volta ho mangiato il gelato al caffè. Ecco, insomma, non so dire nemmeno io: dev’essere che nel gelato al caffè c’è meno caffè, o si tratta di differenze ontologiche, chimiche, che so io, o posseggo una sensibilità particolare tale da rendere la mia personale LD50 molto inferiore a quella normalmente stimata per l’uomo dalla comunità scientifica.

Verso sera andiamo al bar per prenderci qualcosa - il sabato e la domenica funziona spesso così, con la buona stagione: un gelato, una passeggiata, e di fatto abbiamo anche già combinato la cena, al ritorno a casa si mangia giusto un po’ di frutta e verdura. 
“Chissà se hanno già le granite” fa Antonino, perché le granite di solito le hanno quando comincia a fare caldo. D’estate fanno quella di gelso rosso, che a me piace tanto.
“Al limone e al caffè” risponde il barista, interrogato a proposito.
Mi dardeggia negli occhi una inusitata fiamma di ardimento e concupiscenza. “Eh” dico.
Antonino mi guarda, solleva perplesso il sopracciglio. “Sei sicura?”
“Sì” dico io. E poi, subitamente: “Però piccola.”
Ce ne usciamo per andare a sederci ai tavolini all’aperto brandendo due granite al caffè con panna. Media, Antonino. Piccola, come s’è detto, io.




[metabolisi della caffeina, da Wikipedia]


Le vicissitudini storiche del mio sistema nervoso centrale non meritano di essere descritte per esteso in questo spazio; sarà sufficiente riassumerle dicendo che è molto suscettibile, presenta variazioni elettriche al limite della dodecafonia, è fragile e bisogna trattarlo con un po’ di criterio. Per un resoconto della sua scarsa propensione alla tenuta dell'alcol si veda altrove, in questo blog, per esempio qui.

“Cosa c’è di meglio di una granita al caffè” flauteggia Antonino, dandoci dentro con il cucchiaio e, siccome è lui l’esperto, lo sciamano dell’occasione, si prodiga in amorevoli consigli: “prendi sempre un po’ di granita e un po’ di panna, insieme, così” e mi mostra come si fa.
Sbocconcello con virginale timidezza la mia granita, e c’è da dire che la panna è proprio buona; il ghiaccio intriso di caffè invece è fortissimo, possente, mi coglie l’ineluttabilità del peccato morale, Eva che ha addentato il frutto della conoscenza del bene e del male, o l’inesorabilità della hybris intellettuale, Ulisse che varca le colonne d’Ercole e infatti già mi sento, coerentemente con la descrizione dantesca, come una nave travolta e percossa dal turbo, costretta a girare con la poppa in suso mentre la prora sprofonda negli abissi, infin che il caffè fu sovra me richiuso.
Com’ebbe a dire Aldous Huxley, Una rosa è solo una rosa, ma queste gambe di sedia sono gambe di sedia e anche san Michele e tutti gli angeli; l’ho letto che avevo sedici anni e non l’ho capito, vent’anni dopo mi coglie l’epifania del significato, dei sensi e della percezione, le porte si spalancano e io non sono più io.
“Eh” dico ancora: è un “Eh” del tutto diverso da quello pronunciato appena pochi minuti prima. Ok, non ho allucinazioni. Il mio corpo, però, si sente pervadere da una forza sovrumana.

Cerco di ancorarmi al reale, per quel che posso concepire essere il reale, di razionalizzare; la razionalizzazione è un’arma potente, a volte l’unico baluardo contro la perdita di coscienza, spesso in situazioni simili mi ha salvato. Riecheggia il conforto di un’infanzia, con le sue memorie dolci, edotta e rinvigorita dai programmi di Piero Angela. Spiega quel che succede, Elena! Spiega! Mi dice una voce interiore, che guarda caso assomiglia perfino alla voce di Piero Angela.

Mi aggrappo al tavolo e faccio partire, alla disperata, il mio Momento Il Mondo di Quark.

[sigla]


[prime battute dell’Aria della Suite n.3 in re maggiore, BVW1068, J.S.Bach]

Il caffè è una bevanda che si ottiene dalla macinazione dei semi di alcune piante appartenenti al genere Coffea, famiglia delle Rubiaceae: le specie attualmente più utilizzate per la produzione del caffè sono l’Arabica e la Robusta. Originario dell’Etiopia, il maggior produttore odierno risulta essere il Brasile. Non tutti conoscono il pregiato caffè Kopi Luwak, prodotto dalle bacche mangiate, parzialmente digerite e defecate dallo zibetto delle palme, i cui enzimi digestivi intaccando la parte esterna della bacca contribuiscono a eliminare le proteine responsabili del sapore amaro. 


Ma non riesco a rimanere concentrata sul Momento Il Mondo di Quark, perché la caffeina sta entrando in circolo. Ci alziamo dal tavolo e ce ne andiamo verso piazza Vittorio Emanuele. Io ho le gambe che mulinano da sole, alla bersagliera, ma che dico, un’apoteosi di dinamismo futurista, un passo energico, temerario, che scalza un’esistenza dedita all’immobilità pensosa! Inneggio, muta e fiera, al vigore inesauribile della mia falcata ardita! Mi lancio a corsa verso l’orbita dell’assalto delle mie forze finora ignote! Eccomi sul promontorio estremo dei secoli! Ed eccomi anche appoggiata a un lampione in piazza Vittorio Emanuele, perché tutto questa bellezza della velocità mi ha fatto venire le palpitazioni. Sbuffo e ansimo, vinta e soggiogata dall’inerzia della materia, dal corpo che volle farsi alito esplosivo e invece scodinzola appeso a una vergognosa tachicardia sinusale. 

Che di recente ho anche fatto un Holter e mi hanno detto che il cuore sta bene, ma non si può mai dire con certezza, adesso che assumo questi stimolanti, che poi ho letto, la caffeina fa aumentare i livelli di adrenalina e di noradrenalina, con ciò stimolando indirettamente il sistema nervoso simpatico e facendo sì che vi sia un aumento del battito cardiaco e dell’afflusso del sangue ai muscoli.

Pensieri, pensieri. Uno stimolante del genere mi rende partecipe della corsa al risultato, all’agonismo esistenziale che si autogiustifica, al doping, e di per ciò stesso al concetto di mondo drogato del capitalismo finanziario, operazioni di borsa ad alta frequenza, espansioni di bilancio, rincorsa dell’efficienza, alchimie speculative, ecco, ecco, questo è il mondo della caffeina, spietato e delirante, frenetico, compulsivo, nemico della riflessione e dell’introspezione, innalzo un dito che già riverbera nell’aria e mi sale alle labbra una violenta filippica contro lo strapotere delle holding e sulla necessità di ricondursi a un’economia reale, poi mi ricordo che sono brancolante e sorretta da un lampione e la mia arte oratoria potrebbe risultarne fatalmente compromessa.
“Ci sei?” chiede Antonino.
Ci sono.

Mi riprendo e, costringendomi a marciare al passo, m’incammino per la piazza. Antonino mi segue da presso, indi m’affianca e procediamo sotto braccio. Il vigore caffeinico, sia pure mitigato da un’andatura imborghesita, continua a pervadermi. Vengo colta da un irrefrenabile accesso di risa che dura per una metà buona di via Garibaldi. 
“Comportati da moglie di stimato professionista” suggerisce Antonino, ma vano è l’invito; la compulsione al riso deve placarsi da sola, e la mia volontà soggiace inerme ai tumultuosi sbalzi del diaframma. Roba che mi viene il singhiozzo.
Oltrepassiamo il porto e la strada si apre infine sul lungomare. Mi affretto balzelloni - ignari passanti mi guardano - fino al parapetto, dove giungo con un garrulo saltello. Antonino, con rassegnata flemma, mi raggiunge. Ci incamminiamo sul lungomare. La serata è tiepida. Le membra tese. “Sembri il coniglietto della Duracell” nota Antonino, di colpo smontandomi l’immagine che mi stavo facendo di me in cui mi raffiguravo come un purosangue scosso. 
Mi accascio, inebetita dall’estasi, su una panchina.
La seguente fotografia immortala il momento.



[io]


Antonino osserva: “Quando torniamo a casa mi toccherà darti del bromuro”. A casa, piano piano, la buriana interiore invece si placa. Ho giusto il tempo di ballare scatenandomi in giro per il salotto cantando “Caffè nero bollente”, poi la prostrazione per l’eccesso di attività fisica ha il sopravvento. La notte dormo - non benissimo, ma dormo. Permangono due sensazioni: la prima è l’esaltazione di una coscienza intrisa di volontà di potenza e relative autorappresentazioni dell’Übermensch, una galoppata nel dionisiaco, il dominio delle cose, lo spirito che diventa cammello, il cammello leone, il leone fanciullo. Pare incredibile a me che sono poco avvezza ma c’è gente che assume queste sostanze tutti i giorni, addirittura più volte in uno stesso giorno!


La seconda sensazione è che il giorno dopo, al bar, prenderò un gelato al fiordilatte.





Elena Tosato 2016
CC - BY, NC, ND

mercoledì 30 marzo 2016

Appunti per un blockbuster (Batman, Superman, Yossarian, Švejk)

(il primo che prende questa roba sul serio vince un viaggio da Gotham City a Metropolis su un furgone hippy Volkswagen)


Il pezzo si può anche scaricare QUI in formato pdf.


Archetipi, eroi e antieroi, seppure formalmente divisi per ambientazione e contesto, si incontrano spesso nell’immaginario più impudico. Se avessi dovuto rappresentare la dialettica di due personaggi significativi per la costruzione della mia adolescenza, sarebbe finito su celluloide Karl Marx v Kurt Cobain; qualche anno più tardi, per puro amore della tribolazione psicologica, avrei sfondato i botteghini con la continuity dostoevskiana di Ivan Karamazov v Rodion Romanovič Raskol'nikov. Invece il mondo dell’immaginario cinematografico ammicca alla rievocazione di altre fanciullezze e di altre iconografie, promana cupo dalle intuizioni di Frank Miller, per cui tocca tenerci in sala Batman v Superman. Che poi, ti dici, sono due personaggi che meritano un certo rispetto. Prendi Superman, che ci ha scritto sopra perfino Umberto Eco: l’incarnazione dello spirito di potenza che vendica le frustrazioni dello spettatore alienato nella società delle macchine e dell'uomo macchina, epigono a fumetti di una lunga progenie che ha visto coinvolti - con presupposti diversi - Ercole, Sigfrido e Orlando, dotato di ogni possibile qualità fisica e morale, poiché è forte oltre ogni misura, veloce e scattante, può incenerire oggetti col solo sguardo come nemmeno un basilisco, ci sente meglio di un vicino pettegolo, ma è anche buono, umile, sempre al servizio del prossimo, e per soprammercato è pure bello. Se nello spettatore scatta la molla dell’identificazione con tale scialo di meraviglie è grazie all’alter ego che Superman si sceglie per muoversi tra gli umani, un giornalista timido e impacciato, miope, complessato e in balia delle ugge di Lois Lane, come un travet qualsiasi, come tanti di noi; Clark Kent si strugge in borghese per Lois Lane che è invece innamorata di Superman, per quanto possa essere realistico aspettarsi che una donna sia sessualmente attratta da un partner che sa già essere più veloce della luce.

Batman, homo faber rivestito di kevlar, è l’uomo mortale spinto da visioni prometeiche, è colui che porta sulla terra la techne e la usa a vantaggio degli umani; e, contemporaneamente, è personificazione dell'intelligenza del capitale. Se in Batman l’uomo echeggia il titano, Superman è praticamente un dio camuffato da uomo: kriptonite a parte, non può temere nulla. Batman è intelligente, ha capacità logico-deduttive, ha piegato a sé il potere della tecnica, ha un maggiordomo che incarna alla perfezione il ruolo del mentore, Chirone di quell’Achille, Obi Wan Kenobi di quel Luke Skywalker, non fosse che Batman a differenza di Achille e Luke Skywalker non ha doni naturali particolari, è un uomo fisicamente comune, per quanto arguto e in buona forma. Però Bruce Wayne è ricco. Non solo ricco, in verità: è ricco sfondato, è a capo di un impero economico. Come tale, può decidere che cos’è la giustizia e come farla funzionare; come tale, paradossalmente ma non troppo, fa scattare il desiderio di immedesimazione nello spettatore che in fondo non desidera una giustizia, ma aspira per sé a una ascesa sociale: Batman è l’orizzonte impossibile della media borghesia, di quella borghesia che ha cominciato a vedersi disegnata qualche secolo fa nei quadri fiamminghi e che, caduta e risorta a più riprese, stigmatizzata e invocata, ribalda e salvifica a seconda dei casi, lotta per una identità propria, per la definizione continua dei propri confini sociali, temendo il livellamento verso il basso, e per la costruzione di miti autonomi. Batman, di suo, si tormenta e si lenisce e, nel frattempo, tiene sotto discreto controllo la città. Come Superman, è orfano. Tragicamente orfano: a differenza di quanto capita a Superman la morte dei genitori di Bruce Wayne è la scaturigine della sua identità di eroe segreto e giustiziere, la fonte a cui si abbevera la sua inesausta sete di giustizia e di ordine, o forse di vendetta privata, di caccia ai propri demoni che a volte - ed è il pretesto delle sue avventure - si incarnano in personaggi grotteschi e surreali, nel ghigno di Joker, negli steroidi di Bane, nella notte eterna di Gotham City.

Come Superman, e come prassi consolidata degli eroi in costume, Batman opera in incognito, l’agnizione piena essendo lasciata come soddisfazione personale allo spettatore. Le condizioni dei due eroi sono però strutturalmente diverse: lo ricorda saggiamente David Carradine, cioè Bill, poco prima che Uma Thurman/Beatrix Kiddo gli spappoli il cuore a suon di ditate, Superman non diventa Superman, Superman è nato Superman; quando Superman si sveglia al mattino è Superman, il suo alter-ego è Clark Kent. [...] Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? È debole, non crede in se stesso ed è un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana.
Ed eccola, la critica alla razza umana e viceversa: il fatto che Superman sia Superman, e che Batman sia Batman, porta a inevitabili frizioni. In sintesi, Batman crede che Superman, essendo Superman, sia potenzialmente ingestibile e pericoloso. Un dio in terra, anche animato da nobili intenzioni, è di per sé una minaccia per l’umanità, alla sua autonomia di giudizio - benché essa si affidi volentieri a tutori immensamente potenti, a despoti illuminati se va bene, a qualche caudillo dalla mano svelta se va male, o a proiezioni oligarchiche della propria ambizione, munite di un sostanzioso apparato di propaganda, nella maggioranza dei casi. Non aiuta il fatto che Superman, di recente, abbia salvato una città (dal generale Zod) distruggendola. Troppo potente, va arginato in qualche modo. Non essendoci nel cervello dei supereroi qualcosa di assimilabile al concetto della divisione dei poteri, incarnando essi la summa parateologica dell’esecutivo e del giudiziario, e perlopiù anche del legislativo, Batman scivola nell’autocratico e onanistico (ma su tavola, e su schermo, funziona) ghe pensi mì.
Simmetria narrativa: a Superman, il candido, l’alieno, non aggradano viceversa i modi umani e troppo umani di Batman. Bruce Wayne è un animo tormentato, è un giustiziere, chissà come amministra la giustizia, secondo quali crismi, quali priorità, quali analogie con il suo impero economico e finanziario, lui uomo tra gli uomini, accecato da antichi lutti e potente per mezzo di una tecnica e di un patrimonio che lo rendono sì distinto dalla massa, ma non ontologicamente altro, non superiore, non esterno, ab Homine Vespertillone nihil humanum alienum esse puto, direbbe Superman se tra i suoi superpoteri ci fosse quello di aver letto Terenzio in qualche biblioteca di quartiere di Metropolis. 

***

C’è stato un momento nella storia del pensiero, a partire grossomodo dal diciottesimo secolo, in cui, basandosi su una supposta analogia tra fisica e morale, si è ritenuto che i valori positivi su cui si basa il comportamento umano, così come i principi fisici secondo i quali si muovono i corpi nello spazio, fossero necessariamente sussistenti tra di loro senza contraddizione. Secondo questa linea ogni questione inerente la morale e l’etica è fattuale, così come lo è per i problemi della meccanica; i fini ultimi dell’agire umano non possono entrare in conflitto tra di loro, poiché discendono da osservazioni sperimentali e ragionamento. In altre parole, la tragedia dev’essere un errore deduttivo, non esistono nell’armonia del mondo valori inconciliabili che entrano in collisione tra di loro. Ma l’analogia è falsa: sappiamo già dai tragici greci - e lo abbiamo imparato di nuovo in tempi recenti soprattutto ragionando sui confini del liberalismo, o prima ancora sullo scontro tra apollineo e dionisiaco in Nietzsche - che la tragedia, vista come scissione interna dell’essere umano, è inevitabile, e che valori diversi, pur se legittimi e inappuntabili qualora presi singolarmente, possono confliggere in modo insanabile una volta messi a interagire l’uno con l’altro. 
Anche la Giustizia, va da sé, cade in pieno nell’agone tragico. Lo fa almeno dai tempi di Antigone, eroina dell’omonima tragedia sofoclea costretta ad affrontare il conflitto tra l’autorità e il potere, a ragionare sull’essenza del nomos ma anche, per vie più sottili, a vivere le contraddizioni tra ciò che legittimamente pertiene al regno dei vivi e a quello dei morti, toccando quindi il tema dell’elaborazione del proprio passato: si giunge a parlare così dell’insensatezza dell’arbitrio, della nascita del diritto, del conflitto tra due leggi diverse, dell’esistenza o dell’inesistenza di una libera scelta che determina la possibilità di essere o meno innocenti nel proprio agire nel mondo, delle paure ancestrali dell’essere umano, questo essere “meraviglioso e tremendo”, e tutto accade per mezzo di un corpo conteso: di Polinice, nello specifico, e nostro, in generale. L’alba della giustizia che echeggia dal titolo di Batman v Superman pone dunque indiscutibilmente problemi identitari all’interno del singolo individuo.

E non c’è solo Antigone: altri problemi identitari li si ritrova nei turbamenti del giudice D’Andrea ne La patente di Pirandello, novella in cui il giudice è scisso, tragicamente, tra la necessità di dare corso al proprio ruolo, tutore della legge e difensore della razionalità, e la necessità di relazionarsi con un uomo che richiede che sia riconosciuta legittimità a una sua maschera irrazionale. Esempi se ne potrebbero trovare a manciate, ma quel che conta è soffermarsi sui problemi filosofici e politici che uno scontro sul concetto di giustizia può sollevare, e palesemente susciterà pensieri analoghi anche nello spettatore di Batman v Superman. Si può pensare alla giustizia come elemento del patto tra umano e divino, fra storia e trascendenza (per rilassarsi e restare dalle parti dell’Arca dell’Alleanza poi si può sempre guardare il primo Indiana Jones), così come ci suggerisce la lettura del Pentateuco, o del suo compimento evangelico con i susseguenti richiami alla grazia, o ci si può chiedere quale sia il ruolo della punizione divina nello sviluppo delle relazioni sociali e dei comportamenti umani all’interno del proprio gruppo. 
Più prosaicamente si possono affrontare questioni spinose di giustizia umana e di giustizia globale, pigliando di peso John Rawls e chiedendosi, insieme a lui: come può la giustizia generalizzare la nozione di contratto sociale come già concepito da Locke, Rousseau e Kant? E a proposito di Kant, come si stabilisce un legame tra il mondo della necessità naturale e quello della libertà determinato dalla volontà morale? Ancora: come si relaziona tale contratto sociale con una eventuale limitazione delle libertà personali? In che modo la struttura della società diventa oggetto e soggetto di giustizia? Qual è la natura e quali sono le origini del benessere? Possiamo fidarci dell’utilitarismo classico? Può farlo Batman? Può farlo Superman? Come si massimizza il bilancio delle soddisfazioni personali? Come è definibile oggi una funzione di utilità? Il problema della giustizia è qui affrontato in nuce; prima di esso abbiamo problemi ancora più fondamentali, ossia abbiamo uno scontro tra un buono (Superman) e un buono (Batman), perché è chiaro che sia l’uno che l’altro incarnano una certa concezione di bontà, una luminosa e una oscura ma non abbiamo mai seri dubbi sul fatto che sia Superman che Batman siano, ciascuno nella propria sfera di influenza, il “buono” della situazione. Cattivo è Lex Luthor, che infatti ha tutto l’interesse a vederli l’un contro l’altro armati piuttosto che coalizzati contro di lui. E quindi, che cos’è il buono? Cosa sono la realtà e la verità? Sono concetti completamente definibili? Come si percepisce la complessità del mondo attraverso filtri così riduttivi?

Ci ritroviamo Batman e Superman, insomma, costretti dalla propria natura a duellare e a farne una storia plausibile. Al netto della sospensione dell’incredulità la narrazione è un assoluto, e da bravo assoluto è un divenire regolato dalla dialettica; tra rutilare di effetti speciali, psicologia da rotocalco e dialoghi di virile cartapesta (epifenomeni che ascriviamo, sospirando, all’involuzione hollywoodiana di cui diremo tra poco) si dipana dunque lo sviluppo teleologico dell’io bifronte e muscolare di Superman e Batman. Nonostante l’arrivo di Wonder Woman come forza mediatrice e generatrice della sintesi di ciò che sarà poi l’embrione della Lega della Giustizia e, su imbarazzante calco spirituale di quest’ultima, di tutte le successive Coalizioni di Volenterosi nel mondo al di qua del fumetto, non cessano però le domande, inesauste e terribili: come si costituisce una teoria del bene, e come la si applica? come si compongono le esigenze della morale e quelle delle attitudini naturali? se l’azione comporta il dover affrontare sentimenti di invidia e diffidenza, come li si concilia con la giustizia? Come si relaziona la giustizia stessa con il bisogno umano di eguaglianza? Qual è il ruolo della razionalità e quale il ruolo degli istinti? E soprattutto: una volta elaborata una teoria organica della giustizia, come possiamo determinare se il sistema è stabile, o almeno metastabile? A quali sollecitazioni si può sottoporre il sistema, a quali è in grado di reggere e perché? Come intervengono Batman e Superman nella formazione di equilibri, e nel loro eventuale mantenimento? E noi, singoli esseri umani, dove siamo?

L’altra domanda capitale è: dove si svolge l’intera vicenda? Se il teatro fisico dell’azione è, in qualche unità di spazio e di tempo, un ibrido tra Gotham City e Metropolis, qual è invece il sostrato culturale e narrativo che fa da sfondo alla narrazione? S’è detto che il Superman e il Batman degli esordi, quelli nati per la DC Comics negli anni Trenta del secolo scorso, sono esempi della civiltà del romanzo: essa è distinta dalla civiltà del mito in cui si muovevano gli Ercole e i Sigfrido, nella quale ogni evento era già avvenuto e in cui l’eroe incarna esigenze universali. Batman e Superman riassumono le caratteristiche dell’archetipo e l’esigenza di incarnare aspirazioni collettive ma, al contempo, devono essere sottoposti a uno sviluppo narrativo che preveda una qualche forma di imprevedibilità. Combinando insieme gli elementi della saga e del feuilleton, entrano poi insieme in una dimensione ancora leggermente diversa, che è quella della civiltà della serie televisiva, ai cui dettami anche i film suppongono di doversi piegare, a costo di produrre sequel e derivazioni costruiti unicamente sulle permutazioni statistiche di pochi elementi base. In questo contesto si evolve la loro rielaborazione della morfologia narrativa derivata dal noto schema di Propp sulla fiaba; l’equilibrio iniziale viene rotto e ricostruito, anche in diverse condizioni, dopo una serie di peripezie e di capovolgimenti. Avventura dopo avventura, ciascuno dei due eroi riproduce se stesso: eternamente fruibile dalle masse, eternamente riproducibile in quanto personaggio, cerca comunque in quanto persona di essere irripetibile.

Sulla riproducibilità sequenziale del personaggio si basa la forza nascosta - neanche tanto nascosta - dell’operazione Batman v Superman: il marketing. Un film che spende per il marketing somme paragonabili a quelle investite nella produzione spiega meglio di un manuale le problematiche relative al feticismo della merce e alla reificazione dell’umano, incluso il finto umano proveniente da Kripton. Ogni avventura deve superare la precedente, dev’essere più eclatante, più rutilante, più appassionante, più potente, in una rincorsa cocainica alla dose minima, sempre drammaticamente crescente, in grado di eccitare lo spettatore. È qui che, come si accennava in precedenza, si concentrano le aporie della Hollywood contemporanea che consuma tutto fino a consumare se stessa. Il marketing conta più del prodotto finale, poco importa se il film sarà brutto o mal recitato, se ci saranno orrendi buchi nella trama o se i dialoghi sembreranno tagliati con l’accetta. Già Walt Disney ai suoi tempi diceva, grossomodo, che lui non faceva film per fare soldi, ma faceva soldi per fare film. Adesso il sospetto è che il film sia soltanto un pretesto e che si facciano i soldi per fare i soldi e, a questo punto, nel mio adolescenziale Karl Marx v Kurt Cobain l’Uomo di Treviri si gode il suo incontrastato momento di gloria e a quello di Aberdeen non resta che un ammirato controcanto: here we are now, entertain us.

***

In un tale eccesso di testosterone pugnace viene da sperare, almeno per una volta, di avere a disposizione un budget limitato ma sufficiente e ribaltare l’intera baracca, di creare un blockbuster che denunci l’assurdità dell’autocelebrazione dell’eroe fintamente problematico: qualcosa che richiami il Tersite del riscatto degli ultimi, sovvertitore del mondo aristocratico e dei relativi valori, come tratteggiato già da Concetto Marchesi nel saggio dedicato all’antieroe omerico per eccellenza e già affiancato ancora da Eco al Franti deamicisiano e al suo riso di rivolta sociale; qualcosa che sia pregno di una mordacità salace, per dire, sulla falsariga della satira sociale e militare di un dottor Stranamore. Lo sforzo inane, la tristezza tragica degli inadeguati, la tensione nel reinterpretare la realtà, la follia di soggiacere ai propri stessi inganni e la resa, finale, agli eventi, sarebbero oggetto di un fantomatico Don Chisciotte della Mancia v Cyrano di Bergerac (colonna sonora di Francesco Guccini). Ma si potrebbe andare ancora oltre. Un Capitano Yossarian v Soldato Švejk, buttiamo lì. Equivoci e assurdità, perché questa è la vita, sbilenca, e si trova nelle visite psichiatriche e nelle osterie più che negli eroismi da fanfara di uomini adulti con costumi attillati e ampi mantelli.
Yossarian e Švejk, emblemi dell’inutilità bellica, sono entrambi campioni delle loro rispettive strategie di sopravvivenza, in fondo, con cui si barcamenano in una guerra senza inizio e senza fine, identificata da un mero contesto storico - la prima guerra mondiale per Švejk, la seconda per Yossarian - ma in realtà iconica ed eterna, caotica, atemporale e ciononostante iperrealistica. 
Yossarian, ossessionato che degli sconosciuti cerchino di ucciderlo, ossessionato dall’inarrestabile aumento del numero di missioni da portare a compimento prima del sospirato congedo, Yossarian che diserta fuggendo in Svezia, nel guazzabuglio di una Pantelleria fittizia e improponibile cerca di dare un senso alla propria esistenza, di definire quali siano i suoi confini e le sue prospettive, muovendosi tuttavia in un universo che è già follemente deterministico - la follia è l’unica uscita razionale, stanti queste premesse, disertate è l’unico strumento in grado di resistere alla distruzione dell’umano e allo stato di persistente psicosi che lo contraddistingue. Boris Vian ci avrebbe cantato una canzone. Švejk al contrario, ingenuo ai limiti dell’idiozia, della caratterizzazione del folle innocente, è più che contento di trovarsi in dirittura del fronte: fronte che nessuno sa bene dove sia, in una geografia magica che deforma i territori orientali di quel che fu l’Impero Austroungarico fino a renderli terra del sogno, e in una routine micidiale che esalta il lato grottesco della guerra e dell’esistenza. Yossarian e Švejk si muovono in un mondo privo di scelte, governato da una giustizia che è assurda, kafkiana ma anche macchiettistica. Švejk è l’uomo trasandato e modesto, ormai in età, il quale a detta dello stesso Jaroslav Hašek “nemmeno s’immagina il proprio reale significato nella storia di questa nuova, grande epoca”, corpo grottesco che però, in qualche improvviso e brutale squarcio di realismo, riprende improvvisamente forma nella propria miseria e nel proprio dolore; Yossarian è il giovane capitano che si muove alla ricerca della propria pazzia in una danza macabra con la pazzia, totale e paralizzante, dell’esercito. Non possono essere in conflitto, per una grave incompatibilità delle loro figure con il concetto stesso di conflitto esterno, ma sono comunque in grado di sviluppare un discorso e una dialettica.



(Bozza della locandina)


Come ogni contesa epica che si rispetti ci sarebbe bisogno di un bel prologo in ottave che potrebbe cominciare così:

Volto che a ciascun ormai somiglia
si specchia nei risvolti di fortuna
e tale è la follia che lo consiglia
che a stento le sue membra si raduna.
Ma quanta immeritata meraviglia
cercare il proprio senno sulla luna!
Oggi pur qui, squassata l’atra terra,
dimette il suo pudor e va alla guerra.

È questi Yossariàn, recente ossesso;
e quei, “c’hanno ammazzato Ferdinando!”
è Švejk che di sé dice idiota e fesso,
di cani allevator di contrabbando.
Che il mondo è crudo e sempre amaro eccesso
bene lo sanno i due; e va allo sbando.
Ecco scostarsi l’uno a passi ebbri,
e l’altro paventar le prime febbri. [...]

(be’, sì, nel mio mondo solitario e stravagante questa roba farebbe parte di un film di cassetta, di intrattenimento magari un po’ scalcagnato e non necessariamente aderente a tutti i crismi dell’impegno civile, ma comunque di largo consumo, un blockbuster deve strizzare l’occhio alla facilità di fruizione e a tutti i parafernali del midcult. Nel mio mondo solitario e stravagante lo fa.)

Un simile pastiche è quasi improponibile - non basta la giustapposizione di personaggi, per quanto icasticamente descritti, per fare una trama - ma la sua introduzione serve per continuare a parlare dei temi sollevati dall’impostazione filosofica di Batman v Superman. E quindi, oltre ai già citati problemi riguardo la concezione di giustizia e di contratto sociale, quali siano le antinomie della società borghese, quali sia la natura delle minacce che possono arrivare a una città, se esse siano esterne o dovute a lacerazioni della coscienza sociale, a un conflitto e a una ricerca di ruoli, cosa siano legalità e illegalità in relazione agli accidenti storici, quali siano i fondamenti economici dell’ingiustizia, quale sia la differenza tra giustizia globale e giustizia internazionale, cosa si intenda per uso proprio della forza, per uso proprio della ragione; film dopo film, rappresentazione dopo rappresentazione, ci riempiamo così di personaggi e di azioni e di colpi di scena, in una bulimia narrativa volta unicamente al disperato, sempiterno tentativo di rendere appieno comprensibile, se mai lo potrà, la tragedia umana.





Elena Tosato, 29-30 marzo 2016
Attribuzione, Non commerciale, No opere derivate

lunedì 7 marzo 2016

La posta quantistica

Come saprete, l'algoritmo di gestione delle code negli uffici postali è misterioso e sottilmente beffardo. A seconda del servizio di cui si vuole usufruire si viene smistati in quattro raggruppamenti, che sono a loro volta riconoscibili da una lettera, a cui segue poi un numero progressivo. La lettera A è per chi desidera avvalersi dei servizi finanziari; E per i titolari Banco Posta; C per chi deve pagare bollettini e F24; P per i pacchi e i prodotti postali e per chi ha un amministratore di condominio che non risponde alle chiamate e per fargli fare riparare un danno condominiale sei costretta a scrivergli una raccomandata con ricevuta di ritorno in cui gli dici che se non si fa sentire entro una settimana gli mandi la lettera dell'avvocato. 

Se è ovviamente lecito dedurre che il cliente P001 verrà servito prima del cliente P002, poiché ciascun raggruppamento è bene ordinato, è difficile capire in che modo i numeri di un raggruppamento abbiano la precedenza su quelli di un altro: verrà servito prima E024 o P011? A033 o C019? potrebbe dipendere da questioni meramente arbitrarie come il numero totale degli utenti in ciascun raggruppamento, dalla velocità dell'impiegato allo sportello, da una qualche implementazione postale e malvagia della legge di Murphy. E allora tu stai lì, paziente, in coda, nella lenta transumanza degli altri utenti in coda come te, nel lieve e umido calore umano che comincia a evaporare da cappotti altrimenti odorosi di naftalina e vita vissuta, mentre rari avventori esterni si affacciano alla porta, guardano l'interno con una certa curiosità etnologica e poi decidono che ripasseranno più tardi. Ma tu sei lì, in coda, paziente, affidi il tuo tempo, le ore migliori della giornata, gli anni migliori della vita, a un algoritmo di dubbia consistenza, stringi tra le mani il biglietto col tuo numero, sapendo che quantomeno sei in un raggruppamento ben definito. 

E poi arriva, regolare e inevitabile, l'utente quantistico. L'utente quantistico è generalmente un pensionato che si potrebbe supporre scaltrito da anni in cui la fila alle poste era gestita, invece che dai biglietti col numero, dal livello di tracotanza e dall'agilità nell'insinuarsi tra gli altri, e si potrebbe altresì supporre che sia nostalgico di quei tempi arbitrari. 

Ma non è così facile. 

Egli infatti è perfettamente a suo agio nel concetto di fila ordinata, ma è anche consapevole del fatto che il servizio di cui vuole usufruire non è determinabile prima dell'osservazione: inferisce che esso sia descritto da una funzione d'onda data da una qualche combinazione lineare degli autostati degli operatori A,E,C,P (come precedentemente definiti), e quindi si avventa sul distributore dei biglietti e ne prende uno per tipo. 

Dopo essersi accertato che tutti abbiano visto quello che ha fatto si guarda prudentemente in giro, aspettando che il resto dell'utenza in coda approvi la sua conoscenza della meccanica quantistica, mentre in realtà il resto dell'utenza ormai intiepidita dall'altrui afrore aspetta, più che il collasso della funzione d'onda, il proprio. 

Infine si lamenta perché non lo fanno passare avanti.

mercoledì 24 febbraio 2016

Vita e avventure di un Neologismo Scaduto

Fiaba con molta morale, che potete anche scaricare in pdf cliccando qui


Nelly
vita e avventure di un neologismo scaduto




Vagava solitario tra le pieghe del Mondo delle Parole, senza dar retta a nessuno, senza cercare di intrattenersi con gli altri Lessemi, con una smorfia amara sul volto e le spalle a spiovere. Era un Neologismo Scaduto; nessuno si ricordava più quale fosse il suo significato e nemmeno come si chiamasse, la sua vita nel Vocabolario era stata talmente breve che egli stesso non avrebbe saputo rispondere a chi gli avesse chiesto il suo nome e per questo, essendo pur sempre un Neologismo, aveva preso a farsi chiamare Nelly. Non che ci fosse un reale bisogno di dargli un nome, dal momento che, scontroso com’era, tutti avevano preso a evitarlo; ma non si può mai sapere come gira il mondo, e poi il fatto di avere comunque un nome, seppure inventato da lui stesso, gli dava un po’ di sollievo.
L’unico essere vivente con cui scambiava qualche impressione era il vecchio e saggio Analista delle Parole, il massimo esperto di lingua, neolingua e antilingua, il dottore che curava i mali dell’animo degli aggettivi, l’ambiguità dei sostantivi, l’irregolarità dei verbi e, almeno così si tramanda, era in grado perfino di dare un conforto alla solitudine degli hapax legomena, quando qualcuno di essi gli si presentava davanti, candido e afflitto, virgineo come una vestale in attesa di consumarsi nel rito fatale, e gli chiedeva conto della propria sfortuna. 
“Ah, dottore” diceva Nelly, accomodandosi sul lettino e guardando in alto un punto all’infinito, con aria inebetita e lamentosa “Va male, va davvero male”
“Sentiamo” rispondeva paziente l’Analista delle Parole, e si metteva ad ascoltare.

La prima volta che si erano visti, Nelly da principio quasi non aveva aperto bocca. Piangeva la sua perdita repentina di significato e di visibilità, e il dottore aveva penato non poco per calmarlo e per fargli accettare, almeno formalmente, che tra le possibilità di un Neologismo come lui c’era anche quella di non attecchire.
“La lingua è un fatto misterioso” aveva detto “E nessuno ne può prevedere il comportamento. Sa, Nelly” aveva aggiunto, e la sua voce veniva da molto lontano “Io sono qui dall’origine dei tempi. Ha presente quando si dice che in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio eccetera eccetera? Ecco, io c’ero. Ho visto alfabeti nascere e morire; ho appreso lingue che non esistevano e altre che si trasformavano; ho studiato, ho imparato il mestiere man mano che lo esercitavo; mi sono dirozzato su tutte quelle dannate ‘k’ di Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, ho sperato di non doverne vedere mai più e me le sono ritrovate tutte di nuovo nei messaggi limitati a 140 caratteri; ogni giorno qui me ne capita una nuova, m’arriva una polirematica che vuole usarmi come capro espiatorio, due omonimi che mi reclamano come arbitro, verbi polisemantici che pretendono di saperne più di me, e...”
“Ma il mio caso è diverso” aveva risposto Nelly, un po’ piccato “Io avevo un significato e subito l’ho perduto. E non è tutto!”
“Continui, allora” aveva detto l’Analista, conciliante.
“L’altro giorno camminavo per i fatti miei, rimuginando sulle mie sventure, e senza accorgermene sono finito in una Piega del Mondo che non conoscevo. Ho cercato di tornare indietro ma ho subito capito d’essermi perso. Non le dico la paura, dottore” e si mise a piagnucolare tanto che dovette fermarsi e soffiarsi rumorosamente il naso.
“Continui, Nelly, continui”
“Il cielo si era fatto nero, le strade buie e minacciose, non avrei visto nemmeno dove mettere i piedi se non ci fosse stata, qua e là, qualche lampada accesa, storta e malferma. Mi sono sentito osservato. Pesantemente osservato. Che dovevo fare? Scappare non potevo, perché non avrei saputo dove andare. Allora mi sono fatto coraggio e ho urlato: ehilà!”
“E che cos’è successo?” L’Analista delle Parole si era sporto verso Nelly e lo ascoltava con attenzione.
“In un primo momento” aveva sospirato il Neologismo “non è successo niente. Ma io non mi sono lasciato intimorire dal silenzio e ho urlato: ehilà!, di nuovo. E allora le ho viste, dottore, le ho viste...” la voce gli si mozzò in un singhiozzo.
Il dottore si era alzato e gli aveva offerto un bicchiere d’acqua.
“Grazie” aveva mormorato Nelly d’un soffio, dopo aver bevuto. “Ne avevo bisogno. Ma lasci che riprenda a raccontare, dottore... erano tutte attorno a me, saranno state una dozzina, forse quindici, non saprei dire, lì, nell’oscurità; e chissà quante altre ce n'erano e io non le ho viste. Sei venuto nel nostro territorio, tu, ha detto una, sputando per terra con disprezzo. E un’altra, accanto a lei: come ti sei permesso? Ancora la prima: Tu, che sei stato sulla bocca di tutti per una sola stagione, come osi presentarti quaggiù? Come osi svilire il nostro eterno dolore? E io ho capito e mi si sono piegate le gambe...”
Il dottore aveva annuito gravemente con la testa. “Ho capito anche io. Erano le Parole Desuete, non è vero?”
Nelly aveva sgranato gli occhi: “Proprio loro! Hanno cominciato a danzarmi attorno, ridendo e strepitando come streghe in un Sabba. Io son Caramogio, io son Dilucolo, cantavano. Io sono Munuscolo, ed io son Glomere. Grande e terribile è la nostra storia, noi siamo le vetuste parole abbandonate, io son Rabido, io Salapuzio, soverchia e inane è la nostra facondia, uomini stolidi ci han dette pleonastiche, da altre parole si faranno abbacinare. Così cantavano, e io ho avuto tanta paura. Dicevano che non ero degno di stare lì e che mi avrebbero fatto a pezzi.”
“E lei? Come ne è uscito, Nelly?”
“Oh” aveva detto Nelly arrossendo. “Devo dire che me ne sono tirato fuori in un modo che io stesso non avrei mai immaginato. Le ho abbindolate. Ho raccontato una storia secondo la quale ogni parola è traduzione di un oggetto ma che non esiste una traduzione giusta, poiché ogni traduttore parte da una propria serie di ipotesi analitiche e da un proprio schema concettuale. Quindi non dovevano crucciarsi se erano state abbandonate, perché c’era speranza che il loro significato non fosse morto ma vivesse altrove, anche se magari lo faceva sotto forma di Prolisse e Sgraziate Perifrasi.”
“Ingegnoso” era stato costretto ad ammettere il dottore.
Nelly si era compiaciuto. “Non si erano ancora del tutto convinte. Allora io ho alzato le braccia al cielo e ho gridato una formula magica: Gavagai! E loro mi hanno lasciato andare. Di colpo, senza sapere bene come, ho ritrovato la strada di casa e mi sono messo al sicuro.”

Altre volte era andato dall’Analista delle Parole: gli parlava della sua irrequietezza, della sua incapacità di desiderare, della sua riluttanza a nominare altre Parole, soprattutto quelle in Uso. E, ogni volta, il dottore lo ascoltava e gli dava consigli. Queste erano state, fino ad allora, le esperienze di Nelly nel Mondo delle Parole. Ma un bel giorno, o per meglio dire un brutto giorno, ruzzolò nello studio dell’Analista delle Parole in preda a una frenesia incontenibile. Tartagliava, piangeva, si agitava, si fermava e cercava di riordinare le frasi, poi non ci riusciva e si disperava. Il dottore lo cinse paternamente con un braccio e lo fece sedere. “Tenga, Nelly. Giù, tutto d’un fiato” disse, porgendogli un bicchiere d’acqua nella quale aveva disciolto delle gocce di un medicamento.
Nelly scosse la testa, digrignò i denti, tentò quasi di azzannare il bicchiere. “No, no, sono a posto” schiumava. 
“Ma certo che è a posto. Beva, suvvia” gli disse il dottore, con voce più ferma. Alla fine Nelly bevve; il suo corpo sussultò ancora per qualche istante, poi si calmò. 
Guardò il dottore con occhi assonnati e riconoscenti: “Che cosa ci ha messo dentro?”
L’Analista delle Parole sorrise bonario. “Niente che le possa far male, Nelly. Ma adesso venga, si stenda. Mi racconti che è successo.”
Nelly si sentiva bene, adesso. Un piacevole torpore gli scaldava le membra. Il corpo aveva voglia di dormire, eppure la mente era perfettamente lucida. 
“È successo, dottore” disse. La sua calma era terribile. “È strano, perché pensavo che fosse la cosa che più desideravo al mondo. E invece ne sono rimasto... pietrificato. Ne sono arrivati altri, dottore. Altre parole come me.”
“Che intende dire, Nelly? Si spieghi meglio.” Il dottore aveva preso carta e penna e si accingeva a scrivere qualcosa.
“Altre parole coniate per il capriccio di qualcuno e che non significano già più nulla. E non è mica come con me, sa, dottore: perché io sono da solo, e non faccio danni. Loro no: viaggiano tutte insieme, come un esercito. E a un primo sguardo sembrano avere un significato. un senso. Magari, in altri contesti, ce l’hanno pure. Ero seduto su una collina e le ho viste arrivare: marciavano a ranghi serrati e il loro suono era lugubre e spaventoso.”
“Che cosa dicevano?”
“Mah, cose. Del tipo Siffatte posizioni sono da identificare unitariamente in diritti irrefragabili il cui esercizio non possa peraltro prescindere dall’adozione di atti permissivi qualora ne venga sancita l’idoneità, nelle situazioni di tipo suindicato, da dichiarazioni non suscettibili di revisione giuridica ai sensi dell’articolo...”
“Oh, Numi” esclamò il dottore. 
“Proprio così” disse Nelly.
“È una cosa spaventosa”
“Oh, sì. Sono scappato. Con le parole desuete potevo avere qualche speranza di cavarmela, ma qui, dottore, che facciamo?”

L’Analista delle Parole si alzò e si mise a misurare la stanza a lunghi passi. Era pallido. Tacque a lungo. Le sue labbra si muovevano impercettibilmente e senza posa. Nelly non lo perdeva d’occhio un istante, immerso nello stato ipnotico e gradevole procuratogli dalla medicina.
“La lingua pensa e crea per te” disse a un certo punto il dottore, a mezza voce.
“Come dice?” chiese Nelly.
“Victor Klemperer. Oh, lasci stare. Non è importante. Quello che volevo dirle è che le capiterà ancora, Nelly. Queste sono Parole pericolose perché ubriacano il cervello e guastano la società, ma ne troverà di altro tipo e non meno perniciose, che capovolgeranno il mondo e le faranno pensare cose che non avrebbe mai avuto il pudore di pensare: le Parole della Propaganda, le Parole del Rituale. Stia attento. Stia sempre attento. Vada, corra, attinga alle Parole Colorate dei Poeti, alle Parole Falsificabili degli Scienziati. Solo le parole possono salvare le altre parole.”
“Ma io non sono più una parola” obiettò Nelly, un po’ avvilito. “Stante la situazione, dopo una rapida stagione di gloria io non sono che una stringa di lettere.”
Il dottore si sedette al suo fianco e gli accarezzò la testa. Era soltanto un ragazzino, quel Nelly, ora lo vedeva. “Non importa, Nelly. Le parole possono crearne delle altre.”
“Vuol dire che... be’, mi predoni il bisticcio, che vorrò dire di nuovo qualcosa?”
“E chi lo sa, Nelly. Se c’è una cosa che ho imparato delle parole, in tutti questi anni, è che non si arrendono mai.”