mercoledì 7 gennaio 2015

Je suis Charlie

Questo è un blog che, pur non facendone la sua ragione di essere, non è mai stato tenero con la struttura di potere delle religioni organizzate. E, in fondo, anche con il concetto di religione in sé, fatto ovviamente salvo il diritto di ciascuno di professare le idee in cui crede, anche se a me sembrano ridicole, imbarazzanti, offensive o -ben che vada- obsolete, e non mi faccio problemi a dirlo. Non siamo d'accordo? E beh, il mondo è grande: eviteremo di frequentarci, tutto qui. Insultami, me ne farò una ragione, al più ti manderò a cagare e continuerò con la mia vita.

Ridere degli integralismi è una attività sana e non può essere fermata dalle pallottole.

Quindi,














E valgano le parole che Charb, direttore di Charlie Hebdo vigliaccamente ammazzato oggi, scriveva poco più di due anni fa:

Peins un Mahomet glorieux, tu meurs.
Dessine un Mahomet rigolo, tu meurs.
Gribouille un Mahomet ignoble, tu meurs.
Réalise un film de merde sur Mahomet, tu meurs.
Tu résistes à la terreur religieuse, tu meurs.
Tu lèches le cul aux intégristes, tu meurs.
Pends un obscurantiste pour un abruti, tu meurs.
Essaie de débattre avec un obscurantiste, tu meurs.
Il n’y a rien à négocier avec les fascistes.
La liberté de nous marrer sans aucune retenue, la loi nous la donnait déjà, la violence systématique des extrémistes nous la donne aussi.
Merci, bande de cons.

venerdì 19 dicembre 2014

Sta arrivando

Cari tutti e care tutte,
è con mio sommo piacere e con enorme sollievo che vi anticipo che sta arrivando un nuovo lavoro piuttosto corposo.
Si chiama Elementi ed è allo stesso tempo una silloge poetica in metro vario, una rivisitazione della tragedia classica, un memorandum di assurdità, un diario, un omaggio all'epica, e altro ancora.
E non c'entra con Euclide.




Ci risentiamo dopo le feste con la doppia versione, pdf e ebook.

Nel frattempo, vi ricordo che il canto XXXII bis del Paradiso è stato pubblicato su Storie e potete leggerlo a questo indirizzo... o anche qualche post qui sotto, che è lo stesso.

martedì 9 dicembre 2014

domenica 7 dicembre 2014

Patate e rotaie

Tanto tempo fa, quando ero alla scuola elementare, facemmo il presepe con le patate. Ci mettemmo a lavorare, noi solerti bambini vigilati dalla benevolenza occhiuta delle maestre, grossomodo in questo periodo dell'anno. Ogni personaggio era stato assemblato con i suddetti tuberi e indi collocato nell'apposito spazio a lui deputato nella scenografia consueta - Maria e Giuseppe nella stalla con Gesù, i pastori e le pecore intorno, i Magi in arrivo, eccetera. Il problema fu che le patate, come spesso accade se non le mangi per tempo, dopo un po' cominciarono a germogliare.
Il giorno prima che il presepe venisse mostrato al pubblico toccò portare di gran carriera San Giuseppe in riparazione, perché nottetempo gli era spuntato, unico tra tutti i personaggi, un poderoso paio di corna. Attendemmo invano un pronunciamento ufficiale della Santa Sede, smaniando per una corretta interpretazione teologica del fenomeno, o almeno per avere indicazioni aristotelicamente coerenti sulla sostanza e l'accidente della solanina.

Niente da fare.

Da allora il mio presepe preferito fu quello che si allestiva in stazione, un grande plastico con i treni, una meraviglia di trenini perfettamente riprodotti che sfrecciavano sulle rotaie, gloriosamente indifferenti alla piccola grotta della Natività sistemata in un angolo, tra uno scambio e un passaggio a livello, e le locomotive erano un miscuglio laico di Guccini e futurismo.

Poi comunque a casa facevamo l'albero.

sabato 29 novembre 2014

Il regno animale va in paradiso

Non si può stare tranquilli un minuto. Papa Francesco ha detto che in Paradiso ci sarà posto anche per i nostri animali.
Augurandomi di finire in un paradiso diverso da quello in cui verrà allocato il cane dei vicini, ho pensato che questa roba nella Divina Commedia non c'è, e quindi la lacuna andava sanata.

Ecco allora il Canto XXXII- bis del Paradiso, in cui San Bernardo (che avrebbe anche un nome adatto a occuparsi di animali, in fondo) racconta a Dante questa novità teologica, e non pare mica tanto contento.

P.S. Io posso contare un pesce rosso suicida. Non so se si sia pentito all'ultimo, ma direi che comunque più su dell'Antipurgatorio non sale.


Paradiso, Canto XXXII bis

Bernardo proseguì citando Petri:
“Che qui sia loco di classe operaia
 - pur di fanti, villani o lavavetri -

dir non si puote, per quanto compaia
anco talor qualcuno; fe’ Francesco
che certo vi sarà il posto dell’aia,

poi che l’animali ch’ebbero desco
con noi a dimora terrena, vanno
a rimirare l’altissimo fresco

fiore divino che l’anime stanno
dei santi a contemplare; e poco vale
quel che il Filosofo sapeva, e sanno

i discepoli sui, che locale
d’anima e spirito l’uomo s’è fatto
solo, e non v’ha speranza d’animale.”

E non di quelli io vidi ritratto
ma d’altri mille che il cielo sottende
terreno: quivi fu il cane, lì ‘l gatto,

ma lì la tenia, la scrofa che rende
perle opportune; vi scorsi in ritardo
la piattola inimica alle pudende.

“E quanti e quali, sapiente Bernardo!
Qui sono i quattro tuoi gradi d’amore?” 
Dritto scorgeva lesto il gattopardo

che già Trinacria v’avea con dolore 
spedito, e le bestie che son uguali

e d’altri sire; ma di tanti mali
dir non si puote, poi ché s’è ben vero
che son tiranni, pure dai maiali

fuor si tira ogni cosa; ed è sincero
ch’àbbiano per questo posto divino.
Lo dissi a Bernardo: e quei, tristo e fero,

mi rispuose: “bene venga il suino,
fia ‘l suo lezzo; ma tutte queste mosche?”
E vidi allora passarmi vicino

torme di nubi fattesi più fosche
d’esapodi d’ogni guisa: zanzare,
ch’io già conobbi nelle rive tosche,

e s’aggiungea a quel funesto ronzare
qualcuna delle vespe degl’ignavi
salita in queste sfere per viaggiare.

E se lontane fur quelle dai favi
ben più lo fu dalla lussurïosa
Cleopatràs quel serpe; che di pravi

e rinomati immondi è curïosa
sorte di tanti animali: proposta
d’accoglierli si fe’ così focosa

che pur se maledetti nulla osta
ad averli in Paradiso: ed oltre
al porco, fu il cavallo e l’aragosta,

e in tutti i ruminanti non m’inoltre.
Ma poscia un vento freddo e maestrale
spirò e fecemi bramare la coltre:

“Del gelo non temere che fia male”
disse Bernardo “che non è favente
di morbi; è infatti altro l’animale

ed altro il batterio, qui non presente”.
Così calmato da saggia favella
io misemi a plorar riconoscente;

ma tosto vidi assiso in assicella
un essere sì strano ch’io non odo
il verso canosciuto ch’à in mascella.

Quindi chiesi: “Maestro, ch’è quel dodo?
non s’era estinto dall’ultimo viaggio
che feci oltremondano? Quale approdo

è questo per l’uccello?” Donde, saggio,
Bernardo a me: “O Tosco, guata tergo:
e fallo con dovizia di coraggio.

Anche s’estinti qui trovano albergo
gli animali vissuti: vede il sauro
come nell’Eden che fece Spilbergo,

ma pure d’altri s’è fatto tesauro,
sì come l’idra d'innumere teste,
la sfinge dei tebani ed il centauro.”

Ed io correva pensando alle geste
dei pagani; ma già mi richiamava
l’amor di seguitar con le richieste.

“È forse qui l’immensa e sì prava
bestia marina che nomar non voglio
che ‘l piede d’Achab feroce azzannava?

è giunta a questo purissimo soglio?
v’è dunque un mare, v’è dunque pietade?” 
E lungi egli mostrommi il capodoglio

sfiatar sereno in marine contrade
ed io tacito miravo, non pago,
e quindi fe’ a menarmi in altre strade.

Lenti giungemmo a quel che non un lago
né mare sembrava, ma ben più immenso:
fu in questi lidi ch’io ebbi l’imago 

di quel che l’animo chiedea di senso:
ecco ch’è l’Arca che passò il diluvio
ecco Noè che diparte in consenso

le bestie ch’à salvate. “Quale effluvio!”
lamenta Bernardo e ritorce il naso.
Io vedo che di tutto il gran profluvio

d’amor ferino ei ben, si dà il caso,
si dispiace ma non osa più dire:
e, pur bramando mirare il travaso

di bestie da quell’arca, vo a partire  
ed egli m’accompagna ben felice.
“Ora si va, volendosi finire”

ei mi disse “a vedere la radice
della divina luce. Se non puote
saper la bestia qual sia la nutrice

che, figlia, il proprio figlio porta in dote;
né credere che’l Cristo sia venuto
oppure sia venturo, per le ignote

bestie che son passate; deceduto
l’animale, pur qui tra noi si siede
e dei peccati non paga tributo. 

Senti l’immensa, la candida fede
di quegli ovini che cantan beati?
Ivi è l’agnello! Sia questa la sede

prescelta per le greggi; riservati
siano i posti divini degli armenti.
Soverchia il gran romore dei belati:

candida rosa non v’è parimenti
che al loro vello non ceda in candore."
Bernardo se ne andò con gran lamenti

pria che potesse illuminarmi il core 
che già credea d’esser preda di scherno.
“Non mai si cheta il bestiale fragore!

Vuolsi così, ma mi pare l’inferno”
dicea gemendo umanissimo idioma
scotendo il capo nell’intimo eterno
spirito ch’uom lo fece e mai si noma.

mercoledì 26 novembre 2014

mercoledì 15 ottobre 2014

Il fico

A volte mi chiedo come sarebbe svegliarsi una mattina ed essere, che ne so. John Barth. È una metafantasia, perché se fossi John Barth mi sveglierei chiedendomi come sarebbe essere John Barth, che a sua volta si chiederebbe come sarebbe essere John Barth, e via frattaleggiando.
Per cui dico "blaaah", e non voglio più essere John Barth, perché a un certo punto mi stanco del regresso e mi viene fame e devo fare colazione.

(per chi fosse interessato, un sacco di prove di esistenza divina sono formulate allo stesso modo. Agostino non voleva essere John Barth, e nemmeno Benoît Mandelbrot se è per questo, e a un certo punto voleva fare colazione. Quindi Dio esiste.)

Così a volte mi chiedo come sarebbe svegliarsi una mattina ed essere, che ne so.
Jorge Luis Borges.
Questo sì che sarebbe bello. Cioè, magari no. Perché andrei a fare colazione e la mia colazione avrebbe la natura di essere yogurt, e di essere cereali, e di essere tè verde, e di essere mia, e di essere buona, e di essere necessaria, e di essere nutriente, e di essere, e di non non essere, e di essere una, e di non appartenere all'imperatore. Per esempio. È snervante.
Così metto da parte Borges e a volte mi chiedo come sarebbe svegliarsi una mattina ed essere, che ne so. Franz Kafka. Ma mi sembra così assurdo che mi metto a pensare come sarebbe una mattina svegliarsi ed essere, che ne so. Alice Munro. E la mia colazione, che intanto ho quasi finito di mangiare, sarebbe stata interrotta da una digressione su come sono arrivata a fare colazione, e chi ero ieri, e chi ero l'altro ieri, e i frammenti di cereale che ho ancora in bocca diventerebbero frammenti di frasi e dovrei comunque andare a lavarmi i denti.

A volte mi chiedo, dopo essermi lavata i denti, come sarebbe svegliarsi una mattina ed essere, che ne so. Felice dei racconti che scrivo. E questo davvero non lo so, ma siccome tanto li scrivo lo stesso, mi siedo al computer e non mi chiedo più niente.

Qui potete leggere e scaricare Il fico, che è l'ultimo nato.
Il fico (PDF)


Che è volutamente lento e obliquo e comincia così, e poi finisce in un altro modo, ed è tratto da una storia vera, ma anche un po' no, sul lavoro precario e sul ruolo delle promesse nella vita.
Si siede vicino a me con il suo numero in mano. Nessuno oltre a noi ha meno di settant’anni, nella sala d’attesa. La mattina i vecchi vanno dal dottore a raccontare la loro vita in forma di anamnesi, che è come dire che l’arte dell’autobiografia si è ispessita di rimandi fisiologici senza riuscire a mondarsi della superstizione sul proprio stato di salute; e in tutto il dovizioso sciorinare di sintomi comparati, queste persone riescono tuttavia a espletare la loro funzione principale di esseri sociali riuniti in una congrega fortuita ancorché peraltro inscritta nei ritmi atavici della vita di paese: vale a dire creare e distruggere le reputazioni degli assenti con il pretesto di una mitopoiesi un po’ raffazzonata che li vede attorno alle riviste della sala d’attesa del medico così come un tempo avrebbero pettegolato davanti al fuoco tribale o, adducendo pretesti filosofici più alti, nell’agorà della loro Atene.