Stamattina mi sono alzata dal letto rimuginando più del solito e, mentre sgranocchiavo i miei cereali e mi rovesciavo lo yogurt sulla maglietta, mi è uscito un suono di crudo lamento pensando alla grande vittima della punteggiatura moderna. Non mi riferisco all'abuso dei tre puntini di sospensione, che pure già dopo Céline avevano martoriato le gonadi all'universo mondo, perché sarebbe stato come sparare sulla Croce Rossa; mi straccio le vesti, invece, per le misere sorti del punto e virgola.
Il punto e virgola è dove il discorso si appoggia, prende fiato e continua; il punto e virgola non può essere urlato ed è l'indice di un ragionamento in atto, del fatto che si sta arieggiando il cervello. Sostituitelo con il punto fermo e cosa otterrete? Una mitragliata di pensieri apodittici e sentenziosi, che solo a vederli mettono tristezza. Ah, punto e virgola, che fine ingloriosa, abbandonato tra il ciarpame linguistico come il congiuntivo e l'ipotassi! Scalzato da orde barbariche di "po'" con l'accento, "qual è" con l'apostrofo e "piuttosto che" nell'utilizzo disgiuntivo.
Ormai è un dilagare di punti fermi appoggiati a una oratoria mistica ed evocativa, fortemente moraleggiante. Esempio applicato alla descrizione della mia colazione, in corsivo:
Stamattina. Stamattina mi alzo, i soliti pensieri in testa. Ma forse no, sono pensieri diversi. Là, i soliti cereali. Il solito digrignare di carboidrati tostati e inzuppati in uno yogurt biancastro.
[qui volendo si possono fare delle allusioni sessuali, che acchiappano sempre una fetta di pubblico]
Un senso di nausea esistenziale mi prende. Un senso di nausea per tutto quello che rappresenta l'abitudine della colazione.
[Naturalmente non è vero, ma anche questo ricalca quel cliché un po' maudit di cui sopra per cui il lettore può immedesimarsi e provare empatia, tanto più che le sofferenze non sono sue]
Penso a quello che mi aspetta. No, cazzo, no.
[L'uso della volgarità gratuita è cifra stilistica vieta e abusata, ma provate a farne a meno e vi guarderanno come un'eroina di Jane Austen che entra in un pub malfamato e il primo che le rivolge la parola è un personaggio di Irvine Welsh]
Penso a cose stupide, come l'ortografia. La punteggiatura. Scuola del cazzo. Cose del genere, ricordi di un'adolescenza, schizzi di memoria, niente, tutto.
[ah? va' che roba moderna!]
Una macchia di yogurt, là, sulla maglia. Come uno sparo, come uno sputo di una notte passata altrove. Sangue della mia abitudine, del mio perbenismo borghese.
[Presto, dei puntini di sospensione!]
Così, mentre la nausea sale
[Non è vero, vedi sopra; e a dirla tutta se la mattina avessi la nausea mi preoccuperei di cose più importanti rispetto a una crisi esistenziale da quattro soldi]
rielaboro tutta la mia grammatica, la guardo come uno straccio vecchio, no, come una struttura di ruggine e bestemmie. Un'architettura morta, la piramide del mio fallimento
[abbondare con le metafore]
come essere umano che una volta voleva la rivoluzione.
[abbondare anche con l'autocompiacimento e la nostalgia, che fanno tanto letteratura d'essai]
Punto. Un solo punto fermo. Un solo punto fermo per tutta la vita. Per tutta la vita.
[Lasciare una riga in bianco, affinché il lettore si senta compreso della tragedia intima e sociale. A proposito di tragedia: pure tu, Melpomene, che brutta fine.]
Adesso quasi quasi lancio una petizione su Change.org per salvare il punto e virgola; se si usasse di più il punto e virgola ci risparmieremmo un sacco di sofferenze letterarie che solo per leggere ti va di traverso tutto il senso del ridicolo.
Hasta siempre, Punto Y Coma.
sabato 11 maggio 2013
venerdì 10 maggio 2013
Da qualche parte, in Puglia
Siccome la realtà locale si dimostra talvolta una spigolatura coerente del Grande Tutto, e siccome ogni campanile raccoglie da tempo immemore attorno a sé capitani di ventura e aspiranti signori, il Commendatore è candidato sindaco alle prossime elezioni comunali.
Il Commendatore è figura curiosa e poliedrica: è partito per imbarcarsi sulle navi in gioventù come han fatto molti suoi compaesani, perché il borgo s’affaccia sul mare e dal mare ha tratto sostentamento prima che un’industrializzazione ruspante ne diversificasse l’economia. Rientrato ben presto dalle fatiche marittime, ammiraglio nel cuore e mozzo nei calli, il Commendatore ha preso a parlare dell’avventura con quello che, se avesse conosciuto i riferimenti, avrebbe potuto definire il piglio dell’Achab dell’Adriatico frammisto al destino glorioso di un Horatio Nelson. Come che sia, il Commendatore è tornato sulla terraferma e s’è dato da fare per sbarcare il lunario e ora, oltre che Commendatore e Capitano d'Industria, è anche Barone ed Erede dell'Impero Romano d'Oriente nonché ballerino di Harlem Shake. Lo spirito, s’è capito, non gli difetta; soprattutto non gli manca un’incrollabile fiducia nei propri mezzi. È diventato imprenditore. Ha un certo numero di dipendenti, produce e lavora. Ma tutto questo non può essere sufficiente: ha fatto coniare delle monete con la sua effigie, ha scritto libri su tutto lo scibile umano, ha pensato a rendere degna la propria morte, voglia il Cielo lontana, facendo innalzare nel cimitero cittadino una piccola cappella in stile ionico-littorio sormontata da un suo busto in bronzo e arricchita da una scritta in una lingua che assomiglia al latino, ma soprattutto il Commendatore ha sempre sentito che il Paese ha bisogno delle sue riflessioni e dei suoi consigli e per un certo periodo si è messo a scrivere delle lunghe lettere di scienza politica e tattica spicciola all’unico che riconosceva come interlocutore, l’Altro Imprenditore che s’era fatto da sé, quello brianzolo che faceva le cene eleganti con le signorine scosciate e che aveva tutti quegli amici imbarazzanti. Il Commendatore scriveva dunque al Cavaliere, che bontà sua non gli ha mai risposto; ma il Nostro è convinto che le missive siano state lette e ponderate, perché molte delle mosse politiche di Berlusconi sembravano prendere ispirazione, a suo dire, da quanto gli aveva suggerito.
È stato recentemente dato alle stampe - una volta si sarebbe detto ciclostilato in proprio, ma adesso c’è il self publishing che dà quel tocco internazionale e non sembra una cosa da sezione della Sinistra Giovanile (fu FGCI, 1921-1998), che al Commendatore poi gli viene l’orticaria a pensare ai comunisti - un libro autobiografico scritto dal Commendatore in persona.
L’epopea d’una vita vissuta per il Lavoro e per la Patria - così mi figuro, non avendo letto il libro - è ora disponibile per arricchire le librerie dei concittadini. E dei dipendenti del Commendatore, va da sé. Fonti anonime raccontano che il Commendatore, in qualità di datore di lavoro, ha infatti caldamente consigliato ai suoi subordinati l’acquisto del libro; comunque, nel caso in cui il dipendente rifiuti, dal suo stipendio verrà trattenuto l’importo corrispondente al prezzo di copertina.
Nel frattempo la campagna elettorale continua e risuonano gli slogan del Commendatore, compreso un inquietante “una città che lavora è una città libera”, che a me ricorda un po’ certe scritte in tedesco su dei cancelli di ferro battuto. La città è stata tappezzata di manifesti in cui il Commendatore si staglia in piano americano su sfondo azzurro, compunto e assorto, e il motto sul suo simbolo s’imprime nella memoria dell’elettore che vi transita sotto: “Lavoro, Cultura, Diritti”, così come è stato ben riassunto dall’episodio riferito dalle solite voci che raccontano come il costo di un libro (cultura) venga addebitato (diritti) ad un proprio dipendente (lavoro).
Ma il Commendatore è forte delle sue parole, Egli non ci tradirà, dice; Egli ha ammonito i giovani a restare saldi nelle tradizioni del lavoro e della famiglia, e forgiando la lingua italiana con la stessa intraprendenza con cui ha forgiato la propria vita li ha invitati a matrimoniarsi; Egli ha dalla sua parte l'epica e s’avanza solitario verso il voto primaverile, sfidando la crisi di rappresentanza e l’apparentamento con partiti e movimenti, proponendo come soluzione la sua figura di re taumaturgo del ventunesimo secolo ed eterno paradigma italiano dell’arte di vivere raffazzonando talenti impropri.
Il mare, davanti alla città, assiste tranquillo.
domenica 21 aprile 2013
Quell'ermo Colle
Siamo di ritorno da una serata al Petruzzelli in cui Antonino ed io abbiamo ascoltato Stefano Rodotà, il più acclamato rimpianto che io ricordi negli ultimi tempi, discutere di diritti e di parole come libertà, uguaglianza, fraternità e dignità. Nel frattempo Napolitano veniva rieletto al Quirinale, una manovra del Parlamento per salvare il salvabile, o più probabilmente per salvare se stesso dal significato di quelle parole.
C'è un'intervista su Left dello scorso 21 luglio allo stesso Rodotà che invito tutti a leggere: si chiama "Svegliati sinistra" e dice cose antiche e belle tanto da poterci costruire seriamente un’ipotesi di futuro: la si trova qui.
Un partito decente, considerando che Rodotà era anche un pezzo nobile della sua storia, l'avrebbe proposto in prima istanza senza aspettare che lo scoprisse Grillo. Purtroppo non c'erano i voti per farlo: sono riusciti a bruciare Prodi, il padre fondatore che pure sulla carta aveva l'unanimità dei consensi, figuriamoci che avrebbero fatto con Rodotà. Bisogna solo vedere quanti voti hanno regalato a Grillo con questa genialata: temo moltissimi e temo anche che, per quanti saranno, non serviranno ad arginare il cupio dissolvi che li ha causati.
Bene ha fatto a quel punto SEL a continuare ad appoggiare il giurista; numericamente erano ininfluenti ma almeno hanno salvato la faccia. Per una volta avere una sinistra che non si spara sui piedi è quasi un evento storico. Chissà quando ricapita.
Intanto, mentre Berlusconi ride e la repubblica scivola - almeno per il momento, in futuro chissà - verso un presidenzialismo de facto, come da migliore tradizione aneddotica ci sono una notizia buona e una cattiva: abbiamo un anziano smodato che bada solo a salvarsi dalla galera e ignora i requisiti minimi del vivere civile e democratico, un urlatore col vaffanculo facile che parimenti ignora i requisiti minimi del vivere civile e democratico, qualche centinaio di astute faine pronte solo a vendersi al migliore offerente, un partito suicida con un tasso di idioti superiore alle più fosche previsioni di Cipolla, una buona fetta di personaggi genuflessi al Vaticano per convenienza più che per fede o forse troppo accomodanti con l'illegalità organizzata (la disgiunzione è inclusiva), zucche vuote che a malapena riescono a leggere e comprendere un testo elementare, arroganti e ingenui d'ogni sorta, e poi una manciata di persone perbene ridotte a pensare stizzosamente all'espatrio o ai sacchi di sabbia di fronte alla finestra. Perdonate lo snobismo che trapela inevitabile da queste parole, è una forma di autodifesa, si fa quel che si può. Questa era la notizia buona. La notizia cattiva è che il paese fuori dal palazzo, a parte per l'avere generalmente le pezze al culo, non è diverso da quello dentro al palazzo.
E disastroso.
venerdì 12 aprile 2013
Come sovvenzionare pubblicamente l'omeopatia senza mandare all'aria il servizio sanitario nazionale
Poche cose mi irritano quanto il fideismo e la pretesa di spacciare le proprie opinioni (a meno che non siano le mie) per verità possibili anche quando sono fuffa conclamata.
Ci sono molte spiegazioni razionali per questo, per esempio il fatto che sono biochimicamente sensibile, che ho un elevato senso del ridicolo e che ho letto la Critica della ragione pratica in un periodo emotivamente permeabile della mia vita.
Detta caratteristica mi ha alienato le simpatie di molte persone religiose, dei creazionisti, dei complottisti d'ogni risma, di una buona fetta di chi ha votato due personaggi visceralmente populisti, degli ufologi, degli animalisti a oltranza, dei vegani che considerano vegan solo ciò che contiene tofu e non una semplice e appetibile pasta e fagioli ritenuta invece troppo etnocentrica, degli ontologi, degli amanti della musica unzi-unzi, dei pasdaran di Feyerabend e persino di qualche ammiratore di Mark Rothko (ma non tutti).
Stamattina, per completare l'opera e perché il calendario degli estrogeni è in posizione favorevole all'eccesso di verbosità e di stizza, ce l'avevo con gli omeopati.
E precisamente con questo articolo del blog di Guglielmo Pepe su Repubblica che incentiva la diffusione dell'omeopatia pagata dai soldi pubblici secondo la teoria che siccome tanti la usano perché la ritengono efficace, allora bisogna tenerne conto.
Alle repliche - civilissime - degli interlocutori l'autore risponde offeso a morte dicendo che l'omeopatia non è truffa, che gli allopatici fanno di peggio, che bisogna essere aperti, ka$taaaa.
Al momento c'è una sessantina di commenti. Riporto il mio:
Aggiungo infine la mia proposta, perché bisogna anche essere costruttivi. Sono favorevole a finanziare pubblicamente l'omeopatia, purché si tratti di una sovvenzione coerente con i principii dell'omeopatia stessa. Procediamo così: diamo a un omeopata un centesimo di euro, gli diciamo di diluirlo in acqua una volta, di agitare bene la soluzione, di prendere una goccia di tale soluzione e di diluirla nuovamente e ripetere il procedimento per una trentina di volte. Alla fine gli potremo dire: "ora sei ricco".
Ci sono molte spiegazioni razionali per questo, per esempio il fatto che sono biochimicamente sensibile, che ho un elevato senso del ridicolo e che ho letto la Critica della ragione pratica in un periodo emotivamente permeabile della mia vita.
Detta caratteristica mi ha alienato le simpatie di molte persone religiose, dei creazionisti, dei complottisti d'ogni risma, di una buona fetta di chi ha votato due personaggi visceralmente populisti, degli ufologi, degli animalisti a oltranza, dei vegani che considerano vegan solo ciò che contiene tofu e non una semplice e appetibile pasta e fagioli ritenuta invece troppo etnocentrica, degli ontologi, degli amanti della musica unzi-unzi, dei pasdaran di Feyerabend e persino di qualche ammiratore di Mark Rothko (ma non tutti).
Stamattina, per completare l'opera e perché il calendario degli estrogeni è in posizione favorevole all'eccesso di verbosità e di stizza, ce l'avevo con gli omeopati.
E precisamente con questo articolo del blog di Guglielmo Pepe su Repubblica che incentiva la diffusione dell'omeopatia pagata dai soldi pubblici secondo la teoria che siccome tanti la usano perché la ritengono efficace, allora bisogna tenerne conto.
Alle repliche - civilissime - degli interlocutori l'autore risponde offeso a morte dicendo che l'omeopatia non è truffa, che gli allopatici fanno di peggio, che bisogna essere aperti, ka$taaaa.
Al momento c'è una sessantina di commenti. Riporto il mio:
Posso capire che l’epiteto di “truffatore” sia insultante, ma ventilare querele per chi ha definito tali gli omeopati non dice nulla sulla validità scientifica dell’omeopatia. Per gli amanti del genere, è quella che i logici chiamerebbero fallacia “ad baculum”, che fa degno seguito a quella “ad populum” utilizzata per giustificare la presunta validità dell’omeopatia, o almeno la sua dignità sociale, con il fatto che un sacco di persone se ne servono, e al “tu quoque” tirato in ballo quando s’è fatto presente che Big Pharma fa anche cose sporche.
Nel tentativo sincero di trovare un modo non offensivo per definire questa pratica, mi chiedo in che modo lo si possa fare tenendo conto dei seguenti fattori:
1. da un punto di vista teorico, l’omeopatia va contro nozioni elementari e acclarate di logica e di chimica: per esempio, senza nemmeno dover tirare in ballo il solito numero di Avogadro, ci si potrebbe domandare perché l’acqua dovrebbe avere memoria proprio della sostanza che vi è stata diluita fino a scomparire, e non anche di tutte le altre molecole con cui è entrata in contatto, a partire da quelle della boccettina che contiene il rimedio omeopatico
2. non esistono studi conclusivi in doppio cieco pubblicati su serie riviste peer reviewed (che non sono la Verità Incarnata, ma sono al momento lo strumento più affidabile di cui possiamo disporre) che dimostrino che i rimedi omeopatici hanno effetti statisticamente superiori al placebo, soprattutto in quanto sono usati per malattie che sono o autolimitanti (omeopatia o meno, in un individuo altrimenti sano l’influenza passa mediamente in una settimana) o a forte componente psicosomatica
3. talvolta vengono spacciati per omeopatici, ossia legati al processo di diluizione e succussione, prodotti che sono fitoterapici e quindi che hanno del principio attivo; si usa poi impunemente il fatto che i fitoterapici abbiano effetti scientificamente misurabili per inferire la presenza di tali effetti anche negli omeopatici strictu sensu, che non ne hanno alcuno
4. da un punto di vista economico, l’omeopatia è un grosso affare per chi la vende.
Ammesso poi che si voglia chiedere, sempre utilizzando la motivazione che “tanti la usano, ha dignità morale”, che se ne debba fare carico la sanità pubblica, mi chiedo secondo quale discrimine si dovrebbe impedire che il sistema sanitario nazionale rimborsi per esempio i viaggi a Lourdes.
Aggiungo infine la mia proposta, perché bisogna anche essere costruttivi. Sono favorevole a finanziare pubblicamente l'omeopatia, purché si tratti di una sovvenzione coerente con i principii dell'omeopatia stessa. Procediamo così: diamo a un omeopata un centesimo di euro, gli diciamo di diluirlo in acqua una volta, di agitare bene la soluzione, di prendere una goccia di tale soluzione e di diluirla nuovamente e ripetere il procedimento per una trentina di volte. Alla fine gli potremo dire: "ora sei ricco".
sabato 6 aprile 2013
La rivoluzione vaffanculturale
Intervento per il blog Non si sevizia un paperino pubblicato il 5 aprile 2013.
La rivoluzione vaffanculturale
(segue su nonsiseviziaunpaperino.com)
La rivoluzione vaffanculturale
Di ritorno dall’incontro con l’ambasciatore statunitense Thorne il deputato – pardon, cittadino – Massimo Baroni del M5S ha fatto la sua rivelazione alla stampa: “Abbiamo sottolineato che nel nostro Movimento non ci sono intellettuali”.A me qualche sospetto era venuto già da un po’, ma poi mi ero riposizionata il microchip e non ci avevo pensato più fino a che non ho letto questa notizia. [...]
(segue su nonsiseviziaunpaperino.com)
giovedì 28 marzo 2013
Cioni presidente
Siccome s’è visto che i politici di professione non intercettano più i bisogni dell’elettorato; siccome s’è visto che anche essere delle persone serie, competenti e oneste non garantisce in sé una maggioranza stabile; siccome s’è visto che i nostri connazionali rifuggono in buona parte le spiegazioni complesse e amano il colpo di teatro, la verve comunicativa, l’istrionismo di una figura carismatica; siccome ho considerato tutto questo, ho una proposta da fare per l'indicazione del prossimo leader del centrosinistra. Giusto per sparigliare un po' le carte. E perché se stai perdendo 1-0 al novantesimo della finale di coppa, tanto vale attaccare senza aspettare che siano gli altri a fare autogol per raccattare un pareggio, andare ai supplementari, fare catenaccio e sperare nei rigori.
Ecco, stante tutto questo, candidate Roberto Benigni.
Va bene, è una provocazione. Ma pensateci un attimo:
1. In quanto a talento comico, rispetto a Grillo non c’è storia. E conosce i tempi e i modi della società dello spettacolo: questo piacerà al popolo televisivo.
2. È un sincero amante di Dante e della Costituzione italiana, e questo piacerà agli intellettuali.
3. Sa strizzare l’occhio ai cattolici con la sua spiritualità.
4. È più a sinistra di Renzi. Non che ci voglia moltissimo. Ha anche preso in braccio Berlinguer (e Veltroni, anni dopo, vabbè.)
5. Parla di gnocca infinitamente meglio di Berlusconi.
Fossi nel PD, un pensiero ce lo farei.
sabato 2 marzo 2013
Le vite parallele
[stavolta un post serio]
Circolano negli ultimi giorni nei social network degli spezzoni di un discorso elettorale di Adolf Hitler nel 1932 in cui il futuro Führer si scaglia contro il sistema dei partiti e sottolinea l’unicità del suo movimento come alternativa inderogabile, come entità aliena che non è passibile di entrare nel gioco delle alleanze perché rifiuta ab origine le regole del gioco democratico. Al netto dei vaffanculo sembra un discorso di Beppe Grillo e quando s’è fatta notare questa sinistra somiglianza i grillini se ne sono avuti a male. C’è da capire la loro levata di scudi: nessun fanatico ammetterebbe mai di esserlo, soprattutto con se stesso, e del resto nel movimento non hanno riposto le loro speranze solo gli esaltati che credono davvero che la biopalla lavi qualcosa, o quelli che hanno incensato Berlusconi fino a ieri l'altro, o che bombarderebbero le sedi di Equitalia; ci sono anche persone che vivono sulla loro pelle la crisi di rappresentanza e che hanno ritenuto che il M5S fosse in grado di mettere in piedi quelle politiche che la sinistra non è stata capace di fare, per colpa, negligenza o spesso per necessità: norme sulla corruzione, sul falso in bilancio, sui costi dell'amministrazione pubblica, sul conflitto di interessi, una nuova legge elettorale e soprattutto interventi sul mercato del lavoro. Concentrati su questi (sacrosanti) obiettivi e in preda a un (legittimo) risentimento nei confronti della classe politica non hanno tenuto conto del fatto che il movimento grillino è intrinsecamente antidemocratico. Per meglio dire: fascista.
E veniamo al punto del paragone tra il discorso di Hitler e quelli di Grillo.
Il fenomeno Hitler tende ad essere liquidato con la dicitura "pazzo furioso che sterminò milioni di persone e trascinò il mondo nella guerra più sanguinosa di sempre", e parimenti si liquida il nazionalsocialismo. Psicologicamente ciò è comprensibile perché un evento così orribile è difficile da maneggiare, è difficile pensare che è stato prodotto da uomini culturalmente e storicamente così simili a noi che potremmo addirittura essere noi. La reazione è di totale chiusura. Ma con questa rimozione ci si dimentica tutto quello che c'era dietro, anche al di là della banalità del male: la disperazione dei tedeschi che lo votarono convinti che avrebbe posto un freno a disoccupazione e inflazione galoppanti a cui i socialdemocratici non erano stati capaci di ovviare in tempo breve, la volontà di essere unico partito "perché gli altri erano morti e responsabili del disastro", la rassicurazione molto umana di avere un capo carismatico forte capace di incanalare la rabbia e il rancore, la ricerca di un nemico esterno per coalizzare il popolo e distoglierlo dalle proprie responsabilità di crescita civica per cui allora il nemico erano gli ebrei e la finanza internazionale, adesso sono la finanza internazionale e la Merkel; la divisione manichea del mondo in buoni e cattivi, ariani e non ariani, grillini e non grillini, sulla spinta della fallacia della falsa dicotomia, quella del "chi non è con noi è contro di noi"; e ancora, la retorica delirante e violenta, i progetti visionari (date un'occhiata ai vecchi video di Casaleggio, che mescolano sapientemente scenari da Matrix, Orwell e setta religiosa), il rifiuto del compromesso visto non più come necessario arricchimento civile e democratico ma come contaminazione con qualcosa di impuro, la ricerca quasi mistica della salvezza, della palingenesi, dell'ordalia. I punti di contatto sono tanti, e notevolissimi. Poi ogni situazione fa storia a sé e pertanto non credo che rivedremo i campi di sterminio; il nazismo è stato probabilmente un unicum nella storia, ma il fascismo non lo è. È una malattia endemica, autoimmune, che si ripresenta ogni volta che le nostre difese democratiche si abbassano, vuoi per pigrizia o assuefazione, vuoi per condizioni esterne avverse. S'è presentato qui negli anni Venti, rischia di farlo adesso. Riconosciamo allora come oggi la visione della democrazia rappresentativa come depravazione, la semplificazione del linguaggio fino a ridurlo a slogan violenti, la derisione per il pensiero articolato messa in atto tramite la caricatura del cosiddetto intellettuale borghese e tramite l'introduzione di soluzioni ipersemplificate, ai limiti della vaghezza e della tautologia, per risolvere problemi complessi; il rifiuto della critica e dell’autocritica, il trarre sostegno dalla frustrazione delle classi medie, il gridare al complotto internazionale, la tentazione autarchica, e poi naturalmente il populismo, l’assecondare la pancia dell’elettorato e le sue pulsioni primordiali, il "combatti o fuggi" che pure è reazione fisiologica allo stress. Il tutto è stato infine messo a bagnomaria nella cronica mancanza di senso civico italiano e nel campanilismo che riduce la dialettica a tifo da stadio.
Temo quindi che per quanto riguarda la tenuta delle istituzioni democratiche si debba stare attentissimi. La democrazia non è qualcosa di acquisito per sempre e non occorre essere in malafede o stupidi per consegnarsi mani e piedi a un megalomane con velleità dittatoriali: spesso è sufficiente essere disperati e la crisi economica è un ottimo motivo di disperazione. Il problema è che il megalomane con velleità dittatoriali non risolve la situazione: può fornire dei palliativi, certo, può anche ottenere dei risultati nel breve termine, ma a prezzo di toglierci uno dei diritti più grandi, il diritto di essere liberi.
Iscriviti a:
Post (Atom)