Dev'essere che invecchio.
Ieri sera mi trovo ad ascoltare un discorso di una ragazzetta diciottenne a un suo amico.
A scuola della ragazzetta stanno facendo l'occupazione: "Io vado solo a fare registrare la mia presenza e dopo esco. La preside ha fatto venire la polizia, ma ti pare giusto? Allora sono andata dal poliziotto e gli ho detto ma scusi, le sembra giusto che con tutti i problemi che ci sono vi dovete occupare di noi?"
Il suo amico approva la lamentela della ragazzetta.
Le regole sono quel fatto astratto che si applica alla vita degli altri. Taccio annichilita perché so già che se provo a dire qualcosa mi guarderanno come si guarderebbe un paracarro che si mettesse a recitare le tabelline. E penseranno che dev'essere che invecchio.
Questa da un punto di vista civico è già carne morta.
E ha diritto di voto.
E mastica una dozzinale gomma alla fragola sulle mie orecchie incolpevoli e urbane.
Ho paura.
mercoledì 28 novembre 2012
martedì 6 novembre 2012
giovedì 25 ottobre 2012
La carta d'identità
Adesso che posso dire da un pezzo di essere felicemente residente, sono andata in comune a rinnovare la carta d'identità.
Conscia del fatto che prima avrei dovuto andare dal fotografo a fare le foto in formato tessera (tre), ieri ho approfittato del momento esteticamente favorevole (nessun brufolo visibile), mi sono fatta i baffi, lavata accuratamente i capelli, sono andata a dormire presto la sera e poi ovviamente ho dormito malissimo per la tensione.
Stamattina avevo comunque un aspetto accettabile e delle occhiaie nella norma: mi sono fatta una maschera antistress che mi rendesse luminosa e idratata, mi sono pettinata (qualsiasi sia il significato di questa operazione applicato ai miei capelli), mi sono data un filo di rossetto e via, tutta graziosa, a piedi verso il comune. Lo studio fotografico è giusto lì vicino.
Nonostante sia il 25 ottobre la giornata è calda e umida, ancora da maniche corte. Arrivo dal fotografo sudata e ansante, pallida e sfatta, cerco di riprendermi, di darmi un tono, ma è tutto inutile: "si rilassi, stia sciolta" e mi ritrovo fra le mani delle foto segnaletiche di un mostro di Halloween.
Per carità, con i capelli in ordine...
Sconfortata entro in comune e attendo il mio turno; per fortuna non c'è quasi nessuno. Dico all'impiegata che devo rifare la carta di identità: quella vecchia è ancora valida ma intanto ho cambiato residenza. "È già residente qui?" mi chiede lei. Sbianco ulteriormente e mi precipito a garantirle di sì, sì, sì sono residente, residentissima.
Firmo il registro, compilo il modulo in cui dichiaro di non essere soggetta a restrizioni della libertà personale, dico che non voglio che mi mettano lo stato civile, ri-firmo, consegno la vecchia carta di identità.
L'impiegata la legge: "Capelli castani. Castani?"
"Sì, sono castani" dico io. Vuole che non lo sappia? Ho fatto la tinta dieci giorni fa e sul flacone c'era scritto 'castano scuro'. I miei capelli sono sempre stati castano scuro. Certo, con l'illuminazione da caverna platonica che c'è in ufficio anagrafe sembrano neri, ma sono castani.
"Mh" mi fa lei, poco convinta. Non si fida né di me né del signor Garnier.
Prosegue: "Occhi castano-verdi? Che vuol dire castano-verdi?"
"Dipende dalla luce: all'aperto d'estate sono verdi, verde oliva, se no tendono al castano, ma non è una cosa definita, a seconda della stagione cambiano"spiego sfoggiando una competenza da catalogo Pantone.
"Castano-verdi io non l'avevo mai sentito"fa quella, e mi fissa.
"Così è scritto" dico io, con solenne intonazione mosaica. Nel rapportarmi con la burocrazia ho imparato nel tempo che è assolutamente inutile addurre motivazioni empiriche o peggio ancora ragionamenti logici: bisogna attenersi a quanto già scritto da altri burocrati su documenti precedenti.
L'impiegata si convince, assume per buono il dato successivo (altezza cm 166) e mi stampa il cartoncino con i miei dati: "Controlli se è tutto giusto".
Controllo. Capelli castani, occhi castano-verdi, altezza cm 166, segni particolari nessuno... e c'è lo stato civile. Ma io non lo volevo!
Va be', pazienza, non cambia niente, ti vai a mettere a fare storie per una cosa del genere... in fondo è una notizia corretta.
Controllo anche gli altri dati: c'è il nome dei miei genitori.
"Il cognome di mia madre è sbagliato" dico io "Si chiama Schiavon, non Schiavone".
L'impiegata mi guarda con occhio sospettosissimo.
"Senza la 'e' finale" ribadisco.
Pausa di studio, come nei duelli dei film western.
"Schiavonnnn" ripete lei con lo stesso tono con cui avrebbe detto "Bin Laden".
"Sì" dico io. "Non Schiavone. Schiavon". È il cognome della mia mamma, mi ricordo qual è. Non aggiungo che a Padova è un cognome molto diffuso per non impelagarmi in un'altra discussione.
"Mh" mi fa lei, poco convinta "Ho corretto anche nell'archivio".
Con un altro sguardo sospettosissimo mi consegna la mia nuova carta di identità, sei euro e cinquanta, una firma, ringrazio, buona giornata e torno a casa.
Osservo. C'è lo stato civile con tanto di cognome del coniuge e il documento scade il 25 maggio 2023. Che Antonino non si azzardi a chiedere il divorzio prima di quella data, perché io la carta d'identità non la rifaccio manco se m'impicco.
Conscia del fatto che prima avrei dovuto andare dal fotografo a fare le foto in formato tessera (tre), ieri ho approfittato del momento esteticamente favorevole (nessun brufolo visibile), mi sono fatta i baffi, lavata accuratamente i capelli, sono andata a dormire presto la sera e poi ovviamente ho dormito malissimo per la tensione.
Stamattina avevo comunque un aspetto accettabile e delle occhiaie nella norma: mi sono fatta una maschera antistress che mi rendesse luminosa e idratata, mi sono pettinata (qualsiasi sia il significato di questa operazione applicato ai miei capelli), mi sono data un filo di rossetto e via, tutta graziosa, a piedi verso il comune. Lo studio fotografico è giusto lì vicino.
Nonostante sia il 25 ottobre la giornata è calda e umida, ancora da maniche corte. Arrivo dal fotografo sudata e ansante, pallida e sfatta, cerco di riprendermi, di darmi un tono, ma è tutto inutile: "si rilassi, stia sciolta" e mi ritrovo fra le mani delle foto segnaletiche di un mostro di Halloween.
Per carità, con i capelli in ordine...
Sconfortata entro in comune e attendo il mio turno; per fortuna non c'è quasi nessuno. Dico all'impiegata che devo rifare la carta di identità: quella vecchia è ancora valida ma intanto ho cambiato residenza. "È già residente qui?" mi chiede lei. Sbianco ulteriormente e mi precipito a garantirle di sì, sì, sì sono residente, residentissima.
Firmo il registro, compilo il modulo in cui dichiaro di non essere soggetta a restrizioni della libertà personale, dico che non voglio che mi mettano lo stato civile, ri-firmo, consegno la vecchia carta di identità.
L'impiegata la legge: "Capelli castani. Castani?"
"Sì, sono castani" dico io. Vuole che non lo sappia? Ho fatto la tinta dieci giorni fa e sul flacone c'era scritto 'castano scuro'. I miei capelli sono sempre stati castano scuro. Certo, con l'illuminazione da caverna platonica che c'è in ufficio anagrafe sembrano neri, ma sono castani.
"Mh" mi fa lei, poco convinta. Non si fida né di me né del signor Garnier.
Prosegue: "Occhi castano-verdi? Che vuol dire castano-verdi?"
"Dipende dalla luce: all'aperto d'estate sono verdi, verde oliva, se no tendono al castano, ma non è una cosa definita, a seconda della stagione cambiano"spiego sfoggiando una competenza da catalogo Pantone.
"Castano-verdi io non l'avevo mai sentito"fa quella, e mi fissa.
"Così è scritto" dico io, con solenne intonazione mosaica. Nel rapportarmi con la burocrazia ho imparato nel tempo che è assolutamente inutile addurre motivazioni empiriche o peggio ancora ragionamenti logici: bisogna attenersi a quanto già scritto da altri burocrati su documenti precedenti.
L'impiegata si convince, assume per buono il dato successivo (altezza cm 166) e mi stampa il cartoncino con i miei dati: "Controlli se è tutto giusto".
Controllo. Capelli castani, occhi castano-verdi, altezza cm 166, segni particolari nessuno... e c'è lo stato civile. Ma io non lo volevo!
Va be', pazienza, non cambia niente, ti vai a mettere a fare storie per una cosa del genere... in fondo è una notizia corretta.
Controllo anche gli altri dati: c'è il nome dei miei genitori.
"Il cognome di mia madre è sbagliato" dico io "Si chiama Schiavon, non Schiavone".
L'impiegata mi guarda con occhio sospettosissimo.
"Senza la 'e' finale" ribadisco.
Pausa di studio, come nei duelli dei film western.
"Schiavonnnn" ripete lei con lo stesso tono con cui avrebbe detto "Bin Laden".
"Sì" dico io. "Non Schiavone. Schiavon". È il cognome della mia mamma, mi ricordo qual è. Non aggiungo che a Padova è un cognome molto diffuso per non impelagarmi in un'altra discussione.
"Mh" mi fa lei, poco convinta "Ho corretto anche nell'archivio".
Con un altro sguardo sospettosissimo mi consegna la mia nuova carta di identità, sei euro e cinquanta, una firma, ringrazio, buona giornata e torno a casa.
Osservo. C'è lo stato civile con tanto di cognome del coniuge e il documento scade il 25 maggio 2023. Che Antonino non si azzardi a chiedere il divorzio prima di quella data, perché io la carta d'identità non la rifaccio manco se m'impicco.
martedì 16 ottobre 2012
Le quote rosa a posteriori
Un gruppo di studiose femministe si lamenta del fatto che, tra i nomi dei letterati italiani che i futuri insegnanti di scuola devono conoscere, figuri un solo nome femminile, quello di Elsa Morante. Uno su trentacinque. Dicono che si sarebbe potuto fare molto di più, inserire più nomi, e che anche negli altri campi non ci sia da sorridere a proposito della parità di genere.
Hanno scritto una lettera al ministro Profumo: la potete leggere qui.
È vero - qui le studiose mi trovano perfettamente d’accordo - che tralasciare la conoscenza e l’importanza del movimento femminista nel Novecento mutila di fatto una parte notevole della storia contemporanea, ma per quanto riguarda la letteratura e la filosofia è nominata una sola donna in sette secoli non per cattiveria ma perché fino a cinquant'anni fa le donne italiane erano nella quasi totalità relegate a fare la calza e a occuparsi dei bambini, senza accesso a un'istruzione decente, e hai voglia in quelle condizioni a produrre cultura di un certo peso, anche per una mera questione probabilistica; che dobbiamo fare? inserire dei nomi a forza? davvero sarebbe utile? con tutta la buona volontà, nel cercare rappresentanti - poniamo- della letteratura italiana del Cinquecento io non me la sentirei di mettere una Gaspara Stampa al livello di un Torquato Tasso o di un Ludovico Ariosto.
Va quasi peggio se pensiamo alle filosofe. Uscendo dall’Italia (ove si fatica a trovarne anche di maschi) che abbiamo? Qualcosa nell’antichità, Aspasia di Mileto, Ipazia, per poi scorrere secoli e secoli prima di arrivare a Ildegarda di Bingen, e approdare infine a tempi più recenti quando, uscite dal ruolo di angeli del focolare, sono arrivate finalmente Simone Weil, Simone de Beauvoir, Hannah Arendt.
Magari a quella lista di letterati e letterate italiane si sarebbero potute aggiungere Sibilla Aleramo, Grazia Deledda o Natalia Ginzburg, ma il problema sta con ogni evidenza a monte, ossia nella possibilità di accesso delle donne alla vita culturale. Lavoriamo su quello e non su uno sterile esercizio col bilancino tramite figure compensative, di qualsiasi calibro purché donne. Anzi, la penuria di figure di peso dovrebbe essere la prova migliore della necessità di lottare affinché vengano garantite a tutti pari opportunità. Non appena dai a tutti, maschi e femmine, le stesse possibilità di partenza ecco che d’incanto arrivano anche i risultati: applicare le quote rosa a posteriori mi sembra invece puro fanatismo autoreferenziale.
martedì 9 ottobre 2012
Movimento Cinque Vasche
Beppe Grillo attraversa lo Stretto a nuoto.
Anche perché se aspetta un traghetto sta fresco.
Ma bando al vezzo femmineo di lamentarsi! Si celebri con adeguati toni l'impresa arditissima!
Eia eia, Beppe! Nella migliore tradizione dei supremi capi nuotatori e di quanti posero il proprio corpo a suggello della propria politica. Se ne elenchi l'invitta schiera di audaci ad imperituro monito per la gioventù: il pur comunista Mao sul fiume Yangtsi, l'indomito Vladimiro Putin in un lago siberiano, il Duce nel nostro italico mare, il franco Giovanni Maria LePen nelle acque di Nizza!
Ed ora risponda, l'incredulo lettore che pur si ricorda d'esser figlio de'figli d'Enea, sì avvezzo alle licenziose miserie affastellate sui quotidiani e ben poco, invece, alle imprese degne degli eroi.
S'è mai visto un Mario Monti sfidare le avversità d'un simile mare, in una stagione già più incline alla rassicurante coperta di lana, mi si scusi, d'orbace, sulle ginocchia innanzi al camino? Giammai! Il borghese Mario Monti al massimo si diletterà fra debosciati spruzzi d'acqua dolce e miasmi d'alchemico cloro a sciaguattar nelle piscine del Circolo Rotariano di Varese, per poi tediarci con le sue analisi grigie d'economista sordo alle passioni dei popoli.
Tremino pure e s'indignino, ora, i pavidi accoliti della democrazia! Perché Egli non è come un Mario Monti!
Egli no! Si tufferà, tacito ed invisibile come un sommergibile! Egli affronterà lo Stretto, novello Ulisse, novello condottiero! E dimostrerà la sua tempra d'uomo, d'uomo e non di tecnico imposto dalle congiure meschine dei Bilderberghi in combutta con quel che fu l'alleato teutonico, ora convertito dai gagliardi birrifici batavi alle sordide velleità liberiste del mercato nuovaiorchese!
Egli, giunto alfine sulle coste sicule, si scrollerà virilmente di dosso le gocce del salso avversario, mostrerà le cicatrici dell'incontro con Scilla e Cariddi, si metterà le scarpe e correrà, come un podista, il core impavido d'un Dorando Pietri, ma le gambe d'acciaio e i polmoni fortissimi dell'uomo di domani, mentre ali di folla festante ne saluteranno il passaggio e le imprese atte a rinfrancare le sorti dell'Italiano avvilito dalla sferza della finanza albionica, massonica e giudaica.
Vincere, vincere, vincere! E vinceremo in terra, in cielo e in mare! È la parola d'ordine d'una suprema volontà.
Quella di Casaleggio.
venerdì 28 settembre 2012
mercoledì 26 settembre 2012
Una modesta proposta
Una modesta proposta per evitare che le liti tra autori e critici siano un peso per i lettori e per il Paese, e per renderle un beneficio per l'umanità.
È cosa ben triste, per quanti passano per queste città e viaggiano per il nostro Paese, vedere le strade, sia in città, sia fuori, e i circoli letterari, e le sale di lettura, e le sedi di premi, affollate da scrittori che pietiscono di essere letti, vestiti di dolcevita esistenzialisti e giacche con le toppe sulle maniche e che importunano così i potenziali lettori.
Questi scrittori, invece di avere la possibilità di lavorare e di guadagnarsi onestamente da vivere, sono costretti a passare tutto il loro tempo a elemosinare royalties per i loro infelici ego, o a darsi alla carriera come impiegati pubblici o insegnanti per mancanza di lavoro, o a lasciare il loro amato Paese natio per andarsene a Parigi o in Sudamerica, o ad offrirsi in vendita ai talk show.
Penso che tutti i partiti, o quel che ne resta, siano d'accordo sul fatto che questi scrittori, in quantità enorme, costituiscono un serio motivo di lamentela, in aggiunta a tanti altri, nelle attuali deplorevoli condizioni culturali di questa Repubblica.
Vediamo inoltre che in aggiunta a questi malnati che pur s'affannano a mendicare il pane col proprio corpo, v'è una pletora di critici parimenti affamati, mercenari al soldo di questo o quell'editore, o ancora liberi venditori della propria opera, che ad altro non ambiscono se non a pascersi del sangue e degli umori del derelitto scrivano di cui sopra s'è detto. Ventri e coscienze altrettanto colpiti dall'inedia e dall'indifferenza, essi rovesciano sulle proprie vittime un livido rancore che non s'alimenta che di se medesimo, scorrendo a fiumi in elzeviri già vetusti quando ancora si trovano nelle rotative.
Ritengo pertanto che chiunque sapesse trovare un modo onesto, facile e poco costoso, atto a rendere entrambe queste figure parte sana e utile della comunità, acquisterebbe tali meriti presso l'intera società, che gli verrebbe innalzato un monumento come salvatore del paese.
Per parte mia, dopo aver riflettuto per molti anni su questo tema importante ed aver considerato attentamente i vari progetti esaminati da altri, mi sento in dovere di fare la seguente considerazione.
Di solito si calcola che la popolazione di questo Paese sia attorno ai sessanta milioni, dei quali pochissimi leggono più di un libro all'anno, e dei quali però un numero ben più copioso scrive opere proprie o critica opere altrui. È invero da ambo le parti un numero esagerato, enfio di probabili nequizie, foriero di un'esecranda lotta fra poveri alla ricerca di un posto di rilievo nella vita letteraria nazionale, a prescindere dall'eventuale capacità, talento o disciplina. Detti personaggi, come la fallimentare esperienza rivoluzionaria cinese ci insegna, non possono essere nemmeno efficacemente riconvertiti alla pratica agricola, e altro non è dato da fare se non dolersi miseramente, nella vana e religiosa speranza di trasformare gli uni in epigoni di Philip Roth e gli altri in validi simulacri di Harold Bloom.
Io quindi presenterò ora, umilmente, la mia proposta che, voglio sperare, non solleverà la minima obiezione.
Con opportuna modifica del codice penale, studiata nei dettagli dall'aristocrazia forense che di pari non difetta a questo Paese, si introduca l'obbligo inderogabile del duello all'alba fra critici e autori, fatta salva la scelta dell'arma da approvarsi a seconda della precipua inclinazione alla belligeranza degli uni e degli altri, tra armi da fuoco, da taglio o d'altro tipo. La legge disciplinerà i modi d'uso nei duelli con il fioretto, la sciabola, la spada, per i più aristocratici, il mazzafrusto o l'alabarda per i più intrepidi ed originali, l'archibugio, la colubrina o la spingarda per gli inveterati passatisti, a ciascuno il suo, secondo il diletto e il gusto dei contendenti: sia solo ben chiaro ai duellanti che lo scontro s'intenderà sempre all'ultimo sangue, allo scopo di rovesciare infine l'usato proverbio secondo il quale ne uccide più la penna che la spada.
In tal modo non solo si libererà il Paese di un cospicuo numero di scriventi e criticanti; ma, con l'istituzione di un apposito registro dei cronisti autorizzati a render pubblico conto delle fasi del duello, si darà anche nuova linfa al mai troppo rimpianto genere del romanzo di cappa e spada.
Dichiaro con tutta la sincerità del mio cuore che non ho il minimo interesse personale a cercare di promuovere quest'opera necessaria e che non mi muove altro motivo che il bene generale del mio Paese nel miglioramento della nostra letteratura e della nostra critica.
In fede,
Elena Tosato
(tanto Swift è morto e non può più denunciarmi per plagio)
È cosa ben triste, per quanti passano per queste città e viaggiano per il nostro Paese, vedere le strade, sia in città, sia fuori, e i circoli letterari, e le sale di lettura, e le sedi di premi, affollate da scrittori che pietiscono di essere letti, vestiti di dolcevita esistenzialisti e giacche con le toppe sulle maniche e che importunano così i potenziali lettori.
Questi scrittori, invece di avere la possibilità di lavorare e di guadagnarsi onestamente da vivere, sono costretti a passare tutto il loro tempo a elemosinare royalties per i loro infelici ego, o a darsi alla carriera come impiegati pubblici o insegnanti per mancanza di lavoro, o a lasciare il loro amato Paese natio per andarsene a Parigi o in Sudamerica, o ad offrirsi in vendita ai talk show.
Penso che tutti i partiti, o quel che ne resta, siano d'accordo sul fatto che questi scrittori, in quantità enorme, costituiscono un serio motivo di lamentela, in aggiunta a tanti altri, nelle attuali deplorevoli condizioni culturali di questa Repubblica.
Vediamo inoltre che in aggiunta a questi malnati che pur s'affannano a mendicare il pane col proprio corpo, v'è una pletora di critici parimenti affamati, mercenari al soldo di questo o quell'editore, o ancora liberi venditori della propria opera, che ad altro non ambiscono se non a pascersi del sangue e degli umori del derelitto scrivano di cui sopra s'è detto. Ventri e coscienze altrettanto colpiti dall'inedia e dall'indifferenza, essi rovesciano sulle proprie vittime un livido rancore che non s'alimenta che di se medesimo, scorrendo a fiumi in elzeviri già vetusti quando ancora si trovano nelle rotative.
Ritengo pertanto che chiunque sapesse trovare un modo onesto, facile e poco costoso, atto a rendere entrambe queste figure parte sana e utile della comunità, acquisterebbe tali meriti presso l'intera società, che gli verrebbe innalzato un monumento come salvatore del paese.
Per parte mia, dopo aver riflettuto per molti anni su questo tema importante ed aver considerato attentamente i vari progetti esaminati da altri, mi sento in dovere di fare la seguente considerazione.
Di solito si calcola che la popolazione di questo Paese sia attorno ai sessanta milioni, dei quali pochissimi leggono più di un libro all'anno, e dei quali però un numero ben più copioso scrive opere proprie o critica opere altrui. È invero da ambo le parti un numero esagerato, enfio di probabili nequizie, foriero di un'esecranda lotta fra poveri alla ricerca di un posto di rilievo nella vita letteraria nazionale, a prescindere dall'eventuale capacità, talento o disciplina. Detti personaggi, come la fallimentare esperienza rivoluzionaria cinese ci insegna, non possono essere nemmeno efficacemente riconvertiti alla pratica agricola, e altro non è dato da fare se non dolersi miseramente, nella vana e religiosa speranza di trasformare gli uni in epigoni di Philip Roth e gli altri in validi simulacri di Harold Bloom.
Io quindi presenterò ora, umilmente, la mia proposta che, voglio sperare, non solleverà la minima obiezione.
Con opportuna modifica del codice penale, studiata nei dettagli dall'aristocrazia forense che di pari non difetta a questo Paese, si introduca l'obbligo inderogabile del duello all'alba fra critici e autori, fatta salva la scelta dell'arma da approvarsi a seconda della precipua inclinazione alla belligeranza degli uni e degli altri, tra armi da fuoco, da taglio o d'altro tipo. La legge disciplinerà i modi d'uso nei duelli con il fioretto, la sciabola, la spada, per i più aristocratici, il mazzafrusto o l'alabarda per i più intrepidi ed originali, l'archibugio, la colubrina o la spingarda per gli inveterati passatisti, a ciascuno il suo, secondo il diletto e il gusto dei contendenti: sia solo ben chiaro ai duellanti che lo scontro s'intenderà sempre all'ultimo sangue, allo scopo di rovesciare infine l'usato proverbio secondo il quale ne uccide più la penna che la spada.
In tal modo non solo si libererà il Paese di un cospicuo numero di scriventi e criticanti; ma, con l'istituzione di un apposito registro dei cronisti autorizzati a render pubblico conto delle fasi del duello, si darà anche nuova linfa al mai troppo rimpianto genere del romanzo di cappa e spada.
Dichiaro con tutta la sincerità del mio cuore che non ho il minimo interesse personale a cercare di promuovere quest'opera necessaria e che non mi muove altro motivo che il bene generale del mio Paese nel miglioramento della nostra letteratura e della nostra critica.
In fede,
Elena Tosato
(tanto Swift è morto e non può più denunciarmi per plagio)
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